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Armi ed Etica

Adrian Wohlleben

di Adrian Wohlleben. La questione etica non riguarda le armi, ma quali di esse.

* * * * *

Non esiste una insurrezione pacifica. Questa è l’America; non c’è scenario immaginabile in cui i conflitti sociali continuino e la gente non si armi, su tutti i fronti. Se le armi siano necessarie è un problema aperto, ma in ogni caso sono inevitabili. Tuttavia, come degli amici annotarono tempo fa, c’è da fare una distinzione importante tra “essere armati e l’uso delle armi”. Se le armi sono un elemento inevitabile di qualsiasi insurrezione americana, è questione di fare tutto il possibile per rendere il loro uso non necessario.

Per chi ha partecipato e per chi ha osservato la sollevazione di quest’estate, gli scontri a Kenosha in seguito alla sparatoria di Jacob Blake hanno portato con forza la questione della violenza armata in primo piano nel dibattito. La presenza di armi dal “nostro lato” offre un qualche senso di sollievo dal pericolo? Rendono possibile qualcosa che non lo sia altrimenti? Riusciamo ad immaginarle usate in un modo che apra la situazione e faccia sentire le persone più forti?

Nella sua “Critica della Violenza” (1921), scritta nel periodo immediatamente successivo alla sconfitta dell’insurrezione comunista in Germania, Walter Benjamin cerca di aggirare le opposizioni sterili tra violenza e “nonviolenza”, tra forza legittima ed illegittima, spostando piuttosto la nostra attenzione sulla differenza, più decisiva, tra le modalità della violenza. Sospendendo la questione degli “obiettivi” o degli scopi della violenza—che, nella visione di Benjamin, ricade subito
nel mito e nella metafisica—e differenziando piuttosto tra i suoi mezzi
e i suoi usi, spostiamo il problema da un registro strumentale o tecnico ad uno etico. Invece di chiederci, “per quale fine si verifica questo
atto?” dovremmo chiederci Com’è questo atto dall’interno? Cosa fa a noi e a quelli intorno a noi? Come attiva, o disattiva, la nostra capacità di partecipare a pieno dell’esistenza? In questo modo Benjamin è in grado di riformulare la questione della violenza rivoluzionaria: la sua differenza dalla violenza di stato non risiede nei “compiti” o nell’agenda che pretende di servire, ma innanzitutto e più di ogni altra cosa nella relazione con il mondo, con sé stessi e con gli altri che comporta.

Si tratta di applicare oggi lo stesso sguardo alla presenza di violenza e armi nei movimenti di ribellione. La violenza non è “buona” o “cattiva”,
nemmeno se inquadrata nei termini dei “fini” o propositi che serve (la tradizione ci offre in ogni caso pochi spunti quanto a un programma,
un modello o una vocazione).
Sarebbe meglio chiedersi quali tipi di armi, e le modalità del loro uso: In che modo il nostro uso delle armi lavora alle nostre spalle per definire il significato e i limiti della nostra forza? In che modo questa scelta influenza e predispone chi vuole unirsi a noi, e persino cosa concepiamo come“vincente”? Come possiamo rendere questa scelta esplicita a noi stessi? Per essere chiari la questione non può essere ridotta alle sole armi da fuoco (il mio focus qui), ma riguarda tutto lo spettro delle tattiche— cortei, blocchi, occupazioni, scontri, espropri, muto appoggio, e così via. Si tratta di ragionare sulla lunga distanza,
sul nostro modo di guardare le cose, sul significato stesso della rivoluzione come processo immanente e vissuto. Tutti i metodi messi
in campo dagli insorti devono essere soggetti a dubbi etici di tale
sorta. Abbiamo bisogno oggi di un dibattito sincero sulle tattiche:
Quali pratiche hanno avuto successo nel rendere più profonde e larghe le rotture sociali, aprendo così una possibilità reale di comunismo?
Quali hanno finito per confinare le insorgenze
in un campo chiuso di problemi specialistici, più facili da governare e gestire?

*

C’è un’etica sottesa alla selezione delle armi da fuoco, e alla visibilità che comporta. Forse, quando pensiamo alla presenza di armi tra i manifestanti dobbiamo distinguere tra quelle in bella vista e quelle nascoste. La gente stile milizia ma di sinistra, che porta apertamente fucili lunghi, spesso dice di essere lì per “proteggere” la manifestazione o la folla fuori dal tribunale. Per questa ragione li consideriamo formalmente o ideologicamente allineati con i manifestanti, o “dalla nostra parte”. In realtà la folla a Kenosha era già armata, solo con
pistole alla cintura. Tra questi due gruppi bisogna fare delle distinzioni qualitative riguardo le modalità (di uso) delle armi, e su come ciascuna
di esse influenzi chi le porta nel relazionarsi con la folla intorno.

A differenza di quanti equipaggiati con fucili di grosso calibro e giubbotti antiproiettile, chi aveva pistole nascoste alla cintura è (stato) in grado di continuare ad essere coinvolto nelle forme più “sociali” della ribellione. Con ciò intendo quelle forme d’azione non specializzate accessibili da chiunque si presenti semplicemente ad un corteo, come per esempio i graffiti, infrangere i vetri del tribunale, lanciare sassi alla
polizia, incendiare camion della spazzatura, partecipare agli scontri
ed espropriare, ecc. Per lo più, dal momento che chi le porta non in
vista nella folla spesso non fa mistero nella folla di essere armato, spesso dicendo a chi gli sta vicino di aver intenzione di rispondere al fuoco se la folla venisse attaccata, non fanno del loro possesso di armi una vocazione esclusiva. Avere un’arma non è trattato come un’identità o una “funzione sociale” che distingue dagli altri. In molti casi, chi si muoveva con loro nella folla non vedeva le armi fino al momento del loro utilizzo, per esempio per aprire un bancomat, o come quando Kyle Rittenhouse ha aperto il fuoco ed almeno una dozzina di pistole, prima nascoste, sono uscite fuori dai loro foderi.

Al contrario—ed è in questo senso che la scelta di uno strumento come
un fucile di grosso calibro diventa etica e non semplicemente tecnica—l’uso delle armi da parte delle milizie afroamericane o di quelle vicine ad esse, tende a specializzarsi, finendo in una sorta di circuito chiuso. Con rare eccezioni—come ad esempio nel caso del confronto armato
con un Bearcat (un veicolo militare simile al Lince italiano, n.d.t) che si era scagliato sulla folla davanti al tribunale di Kenosha la prima notte—le milizie di sinistra che portano le armi in bella vista rimangono ai margini della manifestazione, ed in genere si rifiutano di partecipare in altro modo. Da una parte si potrebbe leggere questa scelta come messa in pratica di una funzione ugualmente “sociale”, se non altro se si crede
che la folla abbia bisogno di “protezione” o sorveglianza. Tuttavia suona comunque come un equivoco visto che i manifestanti erano già
armati e non hanno esitato a tirare fuori le pistole quando dei colpi
sono loro arrivati addosso. Allo stesso tempo, chi aveva le pistole alla
cintura ha continuato ad unirsi e andare avanti insieme con altri ruoli, pratiche e forme di partecipazione. Si sono messi in gioco nei generi di
gesti di attacco, di difesa e hanno fatto in modo che ogni altro potesse, rompendo le panchine di cemento per ricavarne sassi, puntando laser sulla polizia, lanciando vernice sui parabrezza e sui vetri dei Bearcat per immobilizzarli, scortando al sicuro i manifestanti feriti o accecati dalla polizia, lanciando fuochi d’artificio, e tutto il resto.

La scelta delle armi non è meramente tecnica ma è allo stesso tempo etica. Dato il clima di ostilità sociale montante, la necessità di una autodifesa collettiva è un fatto innegabile delle rotture sociali in corso. Il modo in cui cercheremo di risolvere la questione avrà un impatto sulle possibilità di composizione sociale sul campo. Più la violenza armata si distacca dalle altre forme di lotta, più diventa qualcosa che trattiamo come un problema tecnico specialistico che richiede una conoscenza esoterica, più tenderà a divergere dall’intelligenza e la fiducia della folla. Il risultato, in ultima analisi, è una de-escalation, visto che quella modalità ancorerebbe chi è inesperto nei suoi metodi ad un continuo sentirsi indesiderato o impreparato a mettersi in gioco in prima persona.

Al contrario, mentre potrei sapere che c’è una pistola alla cintura di una persona che lancia sassi accanto a me, questo fatto non comporta la cancellazione di altre forme di impegno, partecipazione e collaborazione. È decisivo mantenere un piano di consistenza comune di pratiche trasversali a chi è armato e a chi non lo è. Di contro, la pratica stile milizia di portare apertamente armi lunghe rischia di produrre una sorta di solipsismo tattico. Più la gente crede che la
sua unica funzione nella manifestazione sia di essere una “arma
vivente”, meno sarà incline a partecipare all’intelligenza collettiva della folla, che di solito è in grado di trovare altre soluzioni ai problemi che le
si pongono, piuttosto che l’aprire il fuoco. Ciò per rendere conto della strana sensazione che si prova passando in corteo accanto a gente del genere, o facendo scontri con le guardie in loro presenza: invece di rimanere in contatto fluido con lo folla, o sentirsi parte di ciò che sta accadendo, la loro sconnessione dà l’impressione che siano una terza o addirittura quarta forza sul campo. Sembrano, in aggiunta alla polizia, ai manifestanti e alle milizie di destra, come un altro problema da affrontare, un altro elemento non prevedibile con la sua logica interna, inaccessibile a chi lo circonda.

Le armi dal nostro lato ci offrono un qualche senso di sollievo dal pericolo? Rendono possibile qualcosa che altrimenti non lo è?

Qualsiasi senso di “sollievo” che possiamo provare in presenza sia delle
pistole che dei fucili di grosso calibro, riguarda esclusivamente uno
scenario in sé stesso già terrificante—che sia la polizia o la destra ad aprire il fuoco su di noi—e che in ogni caso finirebbe in un disastro caotico che distruggerebbe la potenza collettiva della folla. In che misura la consapevolezza che “il nostro schieramento” è armato ci aiuta a relazionarci con questa possibilità? In uno scenario del genere, sarebbe buono non siano solamente i fascisti a sparare—a patto che il
rispondere al fuoco non provochi fuoco amico ed ulteriori vittime tra
i nostri. Ad essere onesti l’intensità di queste situazioni eccede così abbondantemente ciò a cui la maggior parte di noi è abituato, che il tipo di gesti e tattiche che conosciamo e capiamo non trova facilmente supporto in essa. Ne risulta che ha poco senso associarle a qualsiasi cosa di “positivo”, o affermare che la presenza di armi da fuoco generi una sorta di “apertura” nella situazione al di fuori di questa eventualità.

In ultima analisi, l’unica cosa a cui le armi dal nostro lato possono “contribuire” è la possibilità di rallentare un massacro, visto che introducono la possibilità di rispondere al fuoco. Tuttavia, lo pargimento di sangue è solo spargimento di sangue, e non c’è niente da celebrare in esso, eticamente, socialmente, alle sue condizioni.

Settembre 2020.

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