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Dove vi è pericolo, cresce anche ciò che salva

Intervista a James Martel

James Martel, San Francisco State University

“Si può amare una città, si possono riconoscere le sue strade e le sue case nelle proprie più remote e più care memorie; ma solo nell’ora della rivolta la città è sentita veramente come la propria città: propria, poiché campo di una battaglia che si è scelta e che la collettività ha scelto; propria, poiché spazio circoscritto in cui il tempo storico è sospeso e in cui ogni atto vale di per se stesso, nelle sue conseguenze assolutamente immediate. Ci si appropria di una città fuggendo o avanzando nell’alternarsi delle cariche, molto più che giocando da bambini per le sue strade o passeggiandovi più tardi con una ragazza. Nell’ora della rivolta non si è più soli nella città”.1

Furio Jesi, Spartakus

Solo attraverso la rivolta la città torna ad essere propria, secondo questo noto passaggio di Furio Jesi. Solo attraverso la rivolta si sospende il tempo quotidiano, si riaffacciano mitologie, simbologie, ritualità ed energie ataviche sepolte nel passato. Solo attraverso la rivolta, attività affiancata al gioco, ma ancor più radicale, si profana e ci si riappropria di qualcosa che era stato relegato nell’ambito del sacro e sottratto all’uso umano. Solo nell’ora della rivolta non si è più soli, ci si riscopre comunità – al di là di ogni mito atomistico dell’autosufficienza liberale – e si interrompe non solo il potere, ma la stessa logica soggiacente ai rapporti di potere e ai regimi temporali che lo supportano. La rivolta sospende il tempo storico, si colloca tra l’altro ieri ed il dopodomani, interrompe ogni narrativa continuista e gradualista del cambiamento. Ed in questo modo, il dispositivo della teleologia occidentale, che vorrebbe ogni azione inserita in una fitta connessione di mezzi e fini, si inceppa, non riesce più a girare. E la vita dei rivoltosi, per la prima volta, diventa senza fini, si trasfigura in mezzo puro, in gesto.

Il 25 maggio 2020 negli Stati Uniti è stato sospeso il tempo. George Perry Floyd, afroamericano di 46 anni, uscito a comprare un pacchetto di sigarette, viene assassinato da Derek Chauvin, agente di polizia di Minneapolis, attraverso una pressione del ginocchio sul collo durata 8 minuti e 46 secondi. Dopo quest’ultima scansione temporale, prenderà il via l’insurrezione generalizzata americana del 2020, rivolta radicata nella discriminazione razziale verso la comunità nera, ma diffusasi trasversalmente in tutta la popolazione americana.

Gli ultimi sussurri di George Floyd, “I can’t breath”, non respiro, hanno canalizzato e fatto esplodere energie sopite, simbologie, e mitologie in tutto il mondo. Sembra che le popolazioni americana e mondiale, nello stesso istante, si siano spinozisticamente riconosciute come diverse modificazioni della stessa sostanza, si siano cioè ritrovate in un senso comune: quello di non riuscire a respirare. Che sia dovuto alla mancanza di respiratori e posti letto per il Covid-19, alla spettralità e violenza della polizia – istituzione estremamente ambigua, in quanto sia pone che conserva il diritto, secondo Walter Benjamin -, o all’asfissia provocata dal mercato mondiale. E, approfondendosi intensamente il momento negativo, questo non trapassa hegelianamente in un positivo, in una sintesi, bensì espone se stesso, ed esponendosi, rende visibile la crisi da sempre in atto – dal greco “krinein”, “decidere” – e chiama ad una decisione, ad una interruzione.

E mai il verso di Hölderlin nell’inno “Patmos”, “Dove è il pericolo, cresce anche ciò che salva”, si è rivelato più calzante. Laddove in primis le comunità nere, e, secondariamente, la maggior parte della popolazione mondiale, non riesce più a respirare, si trova costretta a co-spirare, a respirare insieme. E laddove viene tolta l’aria, che secondo la suggestione di Anassimene, ripresa successivamente dallo stoicismo, compenetra non solo gli esseri umani ma, in un respiro cosmico, l’universo tutto – «Come l’anima nostra, che è aria, ci sostiene, così il soffio e l’aria circondano il mondo intero»2 – la respirazione si fa cospirazione, e la cospirazione si trasforma in fuoco, come scriveva Eraclito nel frammento 66, «Il fuoco sopraggiungendo giudicherà e condannerà tutte le cose». Nel momento in cui l’aria e il respiro di George Floyd vengono a mancare, il fuoco – per una misteriosa ma precisa signatura rerum – divampa sul distretto di polizia di Minneapolis ed in tutto il mondo.

E la vita si riscopre avere una logica immanente e spontanea: laddove – come si è imparato dagli scritti del Comitato Invisibile e di Tiqqun – viene meno l’ordine che si pretende unico, eterno e naturale, non si produce un vuoto – che i poteri avrebbero il compito di colmare e gestire – bensì, sorgono innumerevoli nuovi ordini, spontanei ed orizzontali. Così come si è visto il proliferare negli States di gruppi di mutuo appoggio di distribuzione di cibo e beni – poco importa che siano donati o saccheggiati – o nella solidarietà dal basso a livello legale e sanitario tra i vari singoli che, solo nell’ora della rivolta, si sono finalmente riscoperti parti di un tutto, che non può funzionare senza l’altro. Se il libero mercato e lo stato liberale che ne permette i flussi creano prima di tutto una catastrofe ontologica, separando vite tra di loro e riarticolandole, l’insurrezione si sta dimostrando concretamente l’antidoto a questa catastrofe, la profanazione delle separazioni, la riappropriazione delle città, il libero gioco e l’uso-altro di ciò che ci è sempre stato espropriato.

Di tutto questo, se ne parla qui di seguito in una breve intervista con James Martel, professore di Political Theory alla San Francisco State University, impegnato in queste proteste sia all’interno che al di fuori dell’università. Studioso di Walter Benjamin, di Thomas Hobbes, e autore di vari libri importanti per la teoria anarchica.

Buongiorno James, iniziamo a parlare di cosa stia accadendo in questo momento negli Stati Uniti in generale, e ad Oakland, Berkeley e San Francisco nello specifico. Qual è l’impatto di queste insurrezioni nella Bay Area? Gli Stati Uniti sono sempre stati visti come il luogo dove giacciono le contraddizioni più profonde di ogni fase differente che il capitalismo ha avuto, in termini di classe, razziali, di ineguaglianze. Qualcosa di così intenso e diffuso doveva accadere lì prima o poi. Cosa pensi, dunque, brevemente, della situazione Usa dalla battaglia di Los Angeles nel 1992, all’uccisione di Oscar Grant ad Oakland nel 2008, ai fatti di Ferguson nel 2014, fino ad oggi?

Molte persone pensano che queste proteste siano un segno che le cose stiano cadendo a pezzi, ma dal mio punto di vista sono un qualcosa che dà molto da sperare, una risposta diffusa e multirazziale – ma guidata dalla comunità nera – ad un regime razzista. Non sto parlando esclusivamente dell’amministrazione Trump, ma in realtà del regime di supremazia bianca che ha guidato gli Stati Uniti dalla loro nascita.

Molti interpreti hanno chiarito nel tempo come i movimenti di protesta di massa siano stati l’unica via per il miglioramento delle condizioni dei neri e delle persone di colore. Penso che questo sia vero fino ad un certo punto. Credo anche che qualsivoglia passo in avanti sia stato fatto grazie a queste manifestazioni del passato, sia stato anche riassorbito o cooptato in qualche modo. Il Voting Rights Act ne è un buon esempio. Era infatti passato in risposta al movimento per i diritti civili ma lentamente è stato ridotto in modo da non applicarsi più realmente. Il punto concreto è che, siano al potere i democratici o i repubblicani, non c’è un reale interesse per la giustizia razziale perché in verità il razzismo è lo strumento chiave del capitalismo per sostenersi nel nostro Paese. I liberali democratici sono sicuramente meno apertamente razzisti dei conservatori repubblicani, ma le loro soluzioni sono sempre marginali; chiederanno per esempio una maggiore diversità etnica nei dipartimenti di polizia, e un addestramento antirazzista, ma queste istanze opereranno solamente di facciata, permettendo alla polizia di rimanere razzista e violenta come è sempre stata. Il movimento attuale potrebbe, ovviamente, rivelarsi solamente un’altra ripetizione dell’identico, una protesta di massa che cioè conduca a riforme liberali che verranno poi gradualmente minate e riassorbite, ma ho il sentore che questa volta sia in qualche modo differente, che cioè potrebbe, almeno potenzialmente, condurre ad un rifiuto delle solite “soluzioni” fasulle a cui ci si è rivolti tante e tante volte. Potrebbe essere che il Covid-19 abbia portato ognuno al limite e che le persone siano semplicemente più arrabbiate del solito, ma ho trovato che per la prima volta (con la possibile eccezione delle proteste per Rodney King) i liberali bianchi non possano semplicemente ripetere i soliti mantra che hanno sempre ripetuto. Inoltre, il video dell’assassinio di George Floyd è stato così vivido ed orribile che non è possibile alcuna delimitazione di quello che è successo a “un poliziotto cattivo”, come di solito si tende a fare. Questa volta la faccenda sembra più politica, più focalizzata sul razzismo sistemico che sul singolo evento. E questo non può che essere una buona notizia a mio modo di vedere, e, inoltre, dal momento in cui la polizia è stata oltre ogni limite violenta in risposta alle proteste, un’intera nuova generazione di giovani americani si è radicalizzata.

James, tu sei uno degli autori del volume collettaneo “How not to be Governed. Readings and Interpretations from a Critical Anarchist Left”, e uno dei principali teorici dell’anarchismo nelle università statunitensi. Quali pensi possano essere le potenzialità di queste insurrezioni in termini di prassi e di pensiero anarchico?

Penso che ci sia definitivamente qualcosa di molto anarchico in quello che sta accadendo in questi momenti, anche se il termine non è sempre usato. Molte di queste proteste attuali, sicuramente nella Bay Area, ma credo anche negli Stati Uniti in generale, sono state organizzate da studenti delle scuole superiori e da persone comuni che di solito tendono ad essere molto controllati politicamente parlando. Anche il fatto che queste proteste siano relativamente disorganizzate e spontanee rimanda ad un tipo di risposta anarchica al fascismo di stato. Queste stesse manifestazioni sono spesso difficili da monitorare e da controllare perché diversi gruppi di manifestanti fanno cose differenti e si muovono in una diversa maniera. Ovviamente la polizia preferirebbe delle marce pianificate gerarchicamente in quanto più semplici da controllare (piazzano regolarmente agenti in mezzo ai manifestanti per informarli di cosa stia succedendo, ma è completamente inutile rispetto a molte di queste marce, per il semplice fatto che non c’è nessun piano di cui essere informati). Per quanto mi riguarda, l’anarchismo è semplicemente l’espressione della vita di tutti i giorni nel momento in cui viene a mancare il saccheggio operato dal potere dello stato e del capitale; quindi ogniqualvolta si abbia un movimento che provenga dalle persone comuni, quella è un’espressione anarchica. Sicuramente molte organizzazioni hanno avuto un’influenza su queste manifestazioni, ma non c’è nessun livello superiore che le coordini. Devo anche sottolineare che laddove Trump sta accusando gli antifa per ogni cosa, questa posizione è essa stessa profondamente razzista, dal momento in cui prima di tutto così si pensa che tutti gli antifa siano bianchi (e non è vero), e in secondo momento che le persone di colore non possano essere responsabili di una protesta di questa intensità e ampiezza (togliendo ai neri ogni possibilità di agency). Inoltre, vede anche gli antifa come una specie di organizzazione piramidale, sbagliando completamente. Questo intero movimento è strutturalmente composto da gente comune e spontaneo, e questo comprende, direi, anche gli antifa, che sono solo una parte di questo movimento. A tal proposito, vorrei aggiungere che non penso che l’anarchismo significhi caos e disorganizzazione, bensì un diverso tipo di organizzazione, orizzontale piuttosto che gerarchica e verticale.

L’autore principale su cui abbiamo ricercato e lavorato insieme, Walter Benjamin, ha scritto importanti saggi sulla critica della polizia e del diritto liberale. Come potremmo riattivare le energie sopite del suo discorso? Come ci potrebbe aiutare Benjamin nell’interpretare e nel prendere parte attiva in queste insurrezioni attuali? Cosa succede in termini di legge, diritti e poteri durante uno stato di eccezione? Benjamin ci ha anche consegnato una teoria del pacifismo, dicendoci che non è possibile essere pacifisti all’interno di un sistema di relazioni che è strutturalmente violento. E che più siamo pacifisti e più, paradossalmente, siamo violenti. Cosa pensi di tutto ciò, radicando la risposta nella situazione attuale?

Credo che Benjamin possa aiutarci a spiegare cosa sta succedendo in questi giorni meglio di ogni altro pensatore. Il suo saggio “Per la critica della violenza” espone precisamente cos’è la polizia: laddove il diritto si autorappresenta come giusto, neutrale, ed equo, la polizia è il punto di applicazione del diritto, ed è randomica, violenta e apertamente razzista. Per Benjamin la polizia è la verità del diritto in quanto tale. Sostiene inoltre che il diritto è costantemente inquieto circa il suo status perché non ha una reale consistenza ontologica. Ribadisce incessantemente la sua connessione con ataviche forme di autorità, in modo che si renda indispensabile e le persone lo richiedano come unica maniera per essere capaci di vivere in pace l’uno con l’altra, ma nei fatti la sua unica motivazione reale è il suo auto perpetuarsi. A mio modo di vedere, Benjamin ci dice che la polizia non può essere riformata (e neanche il diritto del resto) perché il diritto stesso richiede la violenza razzista della polizia per continuare a dimostrare l’esistenza stessa del diritto. Deve uccidere per stabilire e ristabilire se stessa ancora ed ancora. Per come la vedo, l’unica possibile soluzione al problema della polizia è la sua abolizione. Questa è un’idea che sembrava folle fino a due settimane fa (eccezion fatta per gli anarchici) ma oggi tutte le tipologie di persone ne stanno parlando seriamente. Ho visto diversi articoli in molti giornali liberali sollevare la questione, cosa che non mi ricordo aver mai visto prima. Credo che Trump stesso, in tutto il suo inetto fascismo, abbia smascherato la polizia. Ci ha mostrato quello che essa veramente è, e in questa strana maniera, potrebbe aver aiutato (ovviamente non in maniera intenzionale) a smantellare quella che è la più violenta e razzista tra le istituzioni.

A proposito del Covid-19. Sembra che il virus abbia creato una sorta di “senso comune”, o, di più, di una situazione comune, nella quale ognuno in tutto il mondo si è trovato forzatamente. Quali sono – se ce ne fossero – i collegamenti tra il Covid19 e queste insurrezioni?

Sono d’accordo! Penso che in qualche modo il fatto che noi tutti siamo stati forzati a vivere distanti l’uno dall’altra ha donato alle persone un senso di comunità. Qualcosa che di solito diamo per scontato, ci è stato portato via. Ci manca la presenza di altre persone. Penso che quel “senso comune” che tu hai citato è vero in due modi. Prima di tutto, come senso di comunità, ma anche, secondariamente, come una consapevolezza dei tipi di risposte che la comunità di solito produce in noi, una forma di giudizio collettivo che solitamente risulta sovrascritto e cancellato dal capitalismo e dal potere statale ma che – proprio perché ora questo è temporaneamente assente – possiamo sentire più chiaramente per ciò che è. Penso che parte del motivo per cui queste proteste siano così diffuse e durature è precisamente perché le persone siano affamate di quel senso comune e che questo sia, sua volta, molto leggibile in questo momento. Una voce collettiva è difficile da ascoltare in una società dominata dal pensiero che esistiamo solamente come individui isolati. Anche se questo non risponde a realtà, quella sensazione è rinforzata in continuazione dai media, dal processo di feticizzazione delle merci, da patterns di pensiero consolidati che risalgono all’alba del pensiero e della società liberali. Quindi questa pandemia, per quanto orribile possa essere stata, rappresenta un’opportunità per udire la voce silenziosa della nostra collettiva e mutua risposta. Penso che le proteste siano venute direttamente da lì e che la riflettano, e spero che, una volta che la pandemia si spenga, potremmo conservare quel senso comune e continuare ad agire da e attraverso di esso.

Ultimamente avevamo intenzione di scrivere insieme qualcosa sulla categoria di “vuoto” e sull’assenza del vuoto nelle società umane e nella politica, in termini di una logica immanente della vita e delle relazioni. Sembra infatti che appena venga meno un ordine oppressivo sotto cui le persone vivono, germoglino nuovi ordini spontanei. Dunque, il concetto di vuoto in campo politico – cioè che manchi qualcosa nel momento in cui viene meno il potere unico, come accade durante le insurrezioni – sembra essere una narrazione e una prestazione del contemporaneo sistema di relazioni di potere, al fine di rappresentarsi come indispensabile e, per questo, legittimo. E sembra che i nuovi ordini, che emergono direttamente dalle comunità, funzionino meglio di quell’ordine unico fondato sullo sfruttamento e l’oppressione delle comunità stesse. Ho visto svilupparsi diversi gruppi di mutuo appoggio nella Bay Area e in tutti gli Stati Uniti durante la pandemia di Covid-19. E ci sono tutt’ora situazioni in cui quello che viene saccheggiato, viene poi redistribuito alla comunità. Cosa pensi di questo immanentismo radicale all’interno delle insurrezioni di questi giorni? Dicci qualcosa a proposito delle tue categorie di “archismo” e di “anarchismo”.

Per me l’idea di immanentismo si basa tutta sul negare qualsiasi spazio trascendente a partire dal quale il mondo sia ordinato, giudicato e disposto gerarchicamente, vale a dire quello che chiamo “archismo”. Nella mia visione, gli Stati, il capitalismo e le altre forme archiste che ne sono collegate, sono tutti elementi predatori che si cibano della vita di una comunità. Convincono del fatto che le comunità non potrebbero esistere senza di loro, che in mancanza di queste forme archiste ognuno impazzirebbe e inizierebbe immediatamente a pugnalarsi a vicenda (quando nei fatti sono i predatori archisti a commettere violenza nella più grande misura, specialmente contro soggetti di colore). Paradossalmente l’epidemia di Covid19 ha creato un’opportunità per l’anarchismo, riducendo temporaneamente la presenza dello Stato. Negli Stati Uniti, ad ogni modo, lo Stato si è trovato ad essere talmente in confusione a causa dei decreti contraddittori di Trump, che molte decisioni sono state prese per forza di cose a livello locale. Il mutuo appoggio consiste semplicemente in persone che si prendono cura l’una dell’altro senza ricorrere all’autorità statale. È un qualcosa di risaputo che durante le emergenze o altri momenti in cui viene a mancare l’intervento statale, le comunità si mettono alla prova. O meglio, continuano ad agire come di solito ma per una volta senza la presenza offuscante statale e di altri elementi archisti. Senza il concorrente (o meglio, il predatore) esterno, le comunità se la cavano. Questa situazione espone un paradosso chiave. L’archismo ha bisogno di soggetti per esistere ma questi soggetti non abbisognano per nulla dell’archismo. Questo paradosso rappresenta anche un punto di vulnerabilità per l’archismo; nel momento in cui comprendiamo che non abbiamo bisogno dello Stato, non abbiamo bisogno di managers e capi sul lavoro, di amministratori nei colleges, delle forze di polizia per la sicurezza ecc. queste istanze perdono il loro incantesimo su di noi. Credo che qualcosa di molto simile stia accadendo proprio in questi giorni. Questo non significa che l’archismo sia condannato e che l’anarchismo stia per liberarsene una volta per tutte. Ci siamo trovati a questo punto molte volte nel corso della storia passata ma, ogni volta che si presenta questa situazione, è un’occasione per un cambiamento radicale. Sebbene sia pessimista sul breve periodo (dal momento in cui l’archismo è estremamente violento ed armato), penso che sul lungo periodo l’archismo non possa durare per sempre. Non è un dato naturale. L’universo è anarchico, non archista. L’archismo procede continuamente contro corrente; deve consumare enormi quantitativi di energia in atti di violenza e terrorismo contro i soggetti sottoposti ad esso, per indurli a credere che loro stessi ne hanno bisogno (o, fallendo, terrorizzandoli al punto che sono costretti ad obbedirgli in ogni caso). L’anarchismo, nella mia visione, è sempre già presente nella vita di tutti i giorni e quest’ultima è sempre pronta a scoprire e riscoprire se stessa nel momento in cui l’archismo è interrotto da qualche emergenza (come una pandemia), o anche quando la maschera dell’ordine liberale cade via e possiamo scorgerne dietro la faccia fascista. Penso che in questo momento storico stiano accadendo entrambe queste istanze.

Cosa pensi accadrà ora? Quali alternative si presenteranno? Aggiungi qualsiasi cosa volessi aggiungere.

Penso che questa volta sia veramente eccitante e terrificante ad un tempo. È sicuramente verosimile che stiamo per entrare in un nuovo periodo di fascismo, che è ciò che succede ogniqualvolta le false promesse del liberalismo diventano insostenibili e il sentimento popolare contro il capitalismo cresce troppo violentemente. Per proteggere il nocciolo capitalista, il liberalismo diviene prontamente fascismo (che, a mio modo di vedere, sono solo due facce della stessa medaglia), divenendo più violento e razzista (sebbene gli stessi regimi liberali siano già violenti e razzisti, è solo una questione di grado). In certo qual modo, credo che il fascismo sia solo la verità dell’archismo, e che l’archismo stesso sia un sistema di relazioni che non funziona perfettamente nel momento in cui la sua verità viene esposta. Opera molto meglio nel momento in cui le persone lo credono una forza benigna e naturale. Nel momento in cui invece l’archismo è ridotto al suo nocciolo fascista si trova anche nel suo punto più vulnerabile (pertanto anche in quello più violento). È un’opportunità ma anche un grande rischio. Credo che in questo momento le persone siano disposte a correre questo rischio quando marciano nelle strade di un’America militarizzata in maniera via via crescente, dove è stato dichiarato reato rompere il coprifuoco o dove gli antifa potrebbero essere dichiarati un’organizzazione terrorista. Onestamente non ho idea di come le cose possano andare a finire, ma quello di cui sono sicuro è che le bugie che ci raccontano i liberali, il loro riformismo atto a perpetuare il sempre uguale, non sta più funzionando. Al momento vedo i liberali alle prese con questa domanda: avranno intenzione di continuare a provare a mantenere le falsità su cui si basa la democrazia liberale? Nonostante sia ciò che più gli piace fare, sta diventando molto difficile continuare così anche in questi giorni. Come dicevo prima, le fasulle risposte liberali all’assassinio poliziesco di neri (polizia comunitaria, corsi di sensibilizzazione, più diversità tra guardie) si trovano in questo momento esposte come totalmente vuote. Nessuno si può più permettere di dire che la guardia che ha assassinato George Floyd era solo una mela marcia. Le persone riconoscono oramai il razzismo sistemico della polizia in generale e molti stanno chiedendo l’abolizione dell’istituzione della polizia; e questo non solo dai margini dell’estrema sinistra della società, ma anche da alcune organizzazioni moderate di centro (per esempio il consiglio municipale di Minneapolis!). Se a quanto pare le persone non riescono più a supportare il liberalismo, allora dovranno scegliere tra unirsi ai fascisti (e molti di loro lo faranno, mi dispiace dirlo) o entrare nelle fila dell’estrema sinistra extraparlamentare. Navigando su internet stavo vedendo che gli indici di gradimento sia di Trump che di Biden sono scesi a picco, mentre il 54% degli americani erano favorevoli al rogo del dipartimento di polizia di Minneapolis [la città dove George Floyd è stato assassinato]. È un qualcosa di incredibilmente nuovo nella storia e promette che forse questa volta la struttura dell’archismo sia veramente nei guai.

1. Furio Jesi, Spartakus. Simbologia della rivolta, Bollati Boringhieri, Torino, 2013 [2000], p.25.

2. Unico frammento delle sue opere pervenutoci da Plutarco di Cheronea (45-125 d.C.), De primo frigore (7, 947 e).

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