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La Peste Coronata

Phil A. Neel

La santa delle corone

In primavera il peso della neve invernale trasuda dalle scalinate di pietra della basilica rivoli sottili e luccicanti, un microcosmo dai molti ruscelli che scendono a valle sfavillando sui colli ai piedi delle incrollabili Dolomiti, o forse più uno specchio delle intricate reti di alte vie e vie ferrate (in italiano nel testo n.d.t.), anguste ed elevate, che si inerpicano in sentieri intagliati nelle montagne durante la Grande Guerra, quando non era possibile prendere altre strade a causa delle mine. Di rado l’inverno se ne va rapidamente in questi colli dove sorgono Feltre e la sua basilica; la più famosa interpretazione di questo paesino in un frammento di un autore latino: “Feltria perpetuo niveum damnata rigore/Atque mihi posthac haud adeunda, vale 1 Le parole sono attribuite a Giulio Cesare stesso, anche se potrebbero essere apocrife. Ma l’apocrifo è di casa qui, in qualche modo: la basilica contiene le reliquie di Santa Corona la cui realtà storica è anch’essa una questione aperta2.

Più di recente si è fatta strada un’altra attribuzione apocrifa, la diffusione della credenza che Santa Corona agisca da protettrice contro le epidemie. Non è mai stato vero, storicamente parlando3 . Ma ciò non importa, dato il populismo insito nella santità. L’agiografia tende a seguire il vernacolo, dopo tutto, e una santa donna con il nome di una pandemia globale il cui emblema è un paio di palme lussureggianti ma allo stesso tempo minacciose—gli strumenti della sua esecuzione— è sulla buona strada per diventare una icona della nostra era. La realtà storica del suo patrocinio è non di meno interessante, visto che la tradizione vuole che Santa Corona non sia associata al sollievo dalle malattie bensì a denaro, scommesse e alla ricerca di tesori nascosti. Il suo nome deriva da una presunta visione che ebbe di corone che scendevano dal paradiso per lei e il santo martire a lei associato, Vittore. Ciò ha portato di lì in poi cacciatori di tesori, giocatori d’azzardo e speculatori a invocarla nei loro traffici e attribuirle i loro colpi di fortuna. E questo ha senso, se pensiamo che così tanto della crisi economica attuale non deriva solo dalla risultante di uno shock esogeno nella forma della pandemia, ma che si tratta piuttosto del punto di rottura iniziale in un lungo accumulo di speculazioni rischiose, condotte con quel surplus di capitale che non aveva altro posto dove andare.4 Vi è quindi più di una sottile ironia, nell’immaginare il virus e il collasso economico che ne è seguito come una sorta d’inverso del patrocinio di Corona: la santa coronata come creditrice di un sistema sociale i cui conti sono a lungo in rosso, che alla fine arriva a riscuotere. E allo stesso tempo, come patrona dei cacciatori di tesori, potremmo aggiungere che Corona è, dal punto di vista tecnico, la santa patrona del saccheggio.

Questo motivo delle corone rivela inoltre una sottotraccia più maligna nell’attuale pestilenza e nella ribellione che si è infine accesa da essa, resa simultaneamente economica e politica dalla benedizione sanguinolenta di Nostra Signora delle Palme. Perché la corona non è solo il simbolo dei cacciatori di tesori, dei giocatori d’azzardo e degli speculatori, ma anche, è ovvio, l’emblema dello stato. Proprio come entrambi i motivi sono qui uniti in un unico simbolo, allo stesso modo la pandemia ha iniziato a svelare la fusione tra potere statale e necessità di mercato, a lungo oscurata. Poi, come se non fosse già abbastanza chiaro, la figura del saccheggiatore che guizza in mezzo a maree di lacrimogeni in una sommossa contro la polizia coglie lo stesso punto con una incantevole risolutezza. Osserviamo all’improvviso come un’azione estesa e coordinata oltre il mercato sia ovviamente possibile, e tuttavia ancora eseguita solo per la protezione a breve termine delle vite dei ricchi e per quella a lungo termine dei loro interessi economici. È un paragone significativo quando esattamente la stessa mobilitazione multi-statale di denaro, tempo e risorse ritenuta impossibile per i lavoratori della sanità o per il sostegno all’affitto e al mutuo è convogliata con uno schiocco di dita sia in cospicui fondi d’emergenza divorati dalle multinazionali più ricche sia nel dispiegamento multi-statale di corpi di polizia e unità della Guardia Nazionale estremamente equipaggiati, che tutto ad un tratto sembrano non avere carenza di maschere antigas. Nel frattempo, la chiamata all’abolizione della polizia viene riconfigurata da tutti i liberal di spicco in appelli a sfoltire giusto un po il suo budget, ma anche solo ciò innesca il rilascio di uno sciame di incredibili infografiche che mostrano quanto delle imposte locali in letteralmente ogni città americana sia incanalato nella repressione dei suoi abitanti. In modo sempre più chiaro, una massa di persone sta iniziando a vedere che la forza dello stato è, di fatto, abbastanza vasta ed efficiente—e come si mobiliti solo per la protezione dei benestanti e della loro proprietà.

Si rivela il dato fondamentale, ossia che la corona non ha mai onorato la testa del “mercato” inteso in senso puro, e nemmeno si è mai posata sulla testa dello “stato” come una sorta di burocrazia autonoma capace di guidare il progresso della società con la procedura quasi magica chiamata “politica”5. In realtà, sia “il mercato” che “lo stato” sono mere appendici di quel corpo più grande, che la maggior parte della gente comprende vagamente come “l’economia”, ma che è anche più vasta di quanto questo nome possa implicare. L’unità può essere illustrata con un’immagine molto concisa, ripetuta con repliche minori in ogni città americana nelle recenti sommosse: uno squadrone di polizia che sciama per proteggere la santità consacrata di un Walgreens mezzo saccheggiato. Ma la questione è più ampia, certamente, perché si tratta, dopo tutto, di un intero sistema planetario—in fondo un sistema sociale che piega ogni essere umano alla sua logica da macchina di accumulazione continua, ma allo stesso tempo più di questo, visto che frantuma ogni involucro di mondo non-umano fino a che ogni coccio possa essere riassemblato nel corpo mostruoso del sistema che si estende su tutto il mondo, sotto forma di merci animate dall’energia non-morta dello scambio. Questa è la bestia che chiamiamo capitalismo, che diffonde il suo inferno-in-terra su tutta la crosta terrestre: su fino al più alto livello dell’atmosfera e giù nell’anfratto più profondo della microbiologia. In ogni regno depone le uova della sua moltitudine di mostruosità, ognuna delle quali ha con sé il potere supremo della sua corona e brandisce un frammento di essa come una lama, le loro crisi aprono nuove cicatrici nella storia della specie umana.

È quindi logico che stiamo affrontando una peste coronata, e che essa abbia scatenato in tutto il mondo una simmetrica peste di corone, visto che ogni stato—specialmente quelli presunti più efficienti—dimostra la magnitudine della sua incompetenza in risposta alla pandemia, che ha eguali solamente nell’altrettanto orribile capacità di violenza in risposta alla ribellione. Il risultato è che le coordinate tradizionali della politica sono state disancorate mentre ognuno cerca disperatamente nuovi modi di parlare di politica e di pandemia tutto d’un fiato. Le due strade che in principio sembravano più evidenti (e quindi le più sospette) erano l’enfasi sulle misure locali—incarnate nella scala minore con il muto appoggio della sinistra e nella scala maggiore con l’esclusionismo della destra radicale—e quelle misure che prevedevano un rafforzamento aggressivo dello stato come sola base possibile per una politica futura capace di affrontare la realtà di una crisi che è allo stesso tempo economica, microbiologica e climatica. Alla fine, Nostra Signora delle Palme dimostrerà in che modo entrambe le strade porteranno alla loro specifica distruzione. La vastità e la portata della ribellione hanno già iniziato a invalidare l’appello allo stato (che è, dopo tutto, l’attore della repressione) e allo stesso tempo a forzare le misure localiste, a mostrare il loro colore politico (schierandosi a favore o contro il lato più violento degli scontri) e a contemplare una portata ben più ampia del focus comunitario iniziale che le animava—compito affidato, ad esempio, con la re-distribuzione dei beni saccheggiati nei negozi a chi ne avesse bisogno o nella gestione di un campeggio di protesta permanente da parte delle diverse componenti. La sfida per noi, dunque, non sta solo nel mostrare come queste articolazioni politiche della prima ora erano sbagliate o destinate all’insuccesso, quanto invece nel concepite una politica comunista capace di affrontare questa peste coronata e le molte seguenti, ciascuna con le ribellioni che partorirà.

Agonia

Per cominciare, è senz’altro necessario capire che si tratta tanto di un contagio sociale quanto di uno microbiologico, sia in come la pandemia è stata prodotta, sia nella disomogeneità della sua diffusione6. Come per tutto, gli effetti del virus colpiranno più duramente sulle direttrici di classe. Gran parte di questo discorso è stato già ampiamente trattato: la disoccupazione che aumenta vertiginosamente porta de facto ad un rent strike di massa e ad un’agitazione del mondo del lavoro nei settori che sono ancora considerati funzionali—dove in media i lavoratori più poveri, più giovani, meno bianchi e più precari vengono letteralmente sacrificati per placare le brame funeste di Standard & Poor’s. Questo contesto economico spiega, almeno in parte, la facilità con la quale l’attuale ribellione sia slittata immediatamente nel saccheggio—e non solo di beni di lusso (ovviamente anche quelli—il mio coro preferito, udito con le mie orecchie è stato: “Gucci Store! Gucci Store!”), ma anche di semplici beni alimentari, medicine in gran quantità, cose per la casa. Allo stesso tempo, se la classe scolpisce le nostre vite dal granito grezzo della nostra realtà sociale (essa stessa da tempo ridotta a corpo/macchina dell’economia), la razza è dunque il suo scalpello necessario, atto a tracciare le linee divisorie che definiscono l’agonia marmorea della scultura. Così non è una sorpresa che, quando l’economia viene sottoposta ad una tale pressione—essendo la pietra in alcuni punti friabile e frantumabile al tocco più lieve, ma in altri decisamente incrollabile—questo scalpello sia brandito con una violenza precisa e scioccante.

Questo perché, al di là dell’esclusione dal sistema salariale (ovvero la distribuzione irregolare della disoccupazione, globalmente e in alcuni paesi in particolare, lungo le direttrici razziali) e eccesso di oppressione, ora riconosciuto in modo più chiaro, che ne consegue—a livello nazionale: la lunga storia coloniale, di subordinazione imperiale e il conseguente sottosviluppo operante—la razza è anche definita da un eccesso di violenza meno conosciuto ma dalle radici più profonde. A differenza della razza stessa la violenza è, nel suo nucleo profondo, biologica. In termini tecnici, possiamo dire che coinvolge la mala distribuzione delle condizioni sanitarie e, oltre a questo, la produzione di fattori di stress psicosomatico che creano ulteriori feedback negativi, riducendo inegualmente la salute generale lungo una linea divisoria che, nel processo e dopo il fatto, diventa un divario “razziale”. Ma questo divario è la razza stessa, o quantomeno la componente principale di essa7. Non è una coincidenza che così tanti omicidi da parte della polizia, incluso quello di George Floyd, sono poi negati da medici corrotti con autopsie raffazzonate, nelle quali ascrivono le cause della morte di una persona disarmata, ammanettata e immobile a “condizioni di salute preesistenti”. La pandemia ha reso sempre più chiaro come queste condizioni siano state inegualmente distribuite all’origine.

In altre parole, il sistema di classe è edificato sul travaso massiccio e sistemico della forza. Una forma di questo travaso è familiare: i lavoratori che offrono la loro fatica, spesso ad un tasso d’intensità che distrugge i loro corpi. Chi tra di noi dopo i trent’anni non ha un qualche tipo di dolore alle articolazioni indotto dal lavoro ripetitivo? E chi non conosce almeno un collega (forse una conoscenza in comune, un amico di un amico, se si è fortunati) ucciso o mutilato nell’ “adempimento del dovere”, per prendere in prestito un’espressione cara ai leccapiedi? Se non è così—se queste cose non ti suonano familiari o ti sembrano improbabili—ti consigliamo di dare un’occhiata allo specchio del conto in banca dei tuoi. Ma dietro questo vampirismo diretto c’è un secondo tipo di travaso della forza, che può essere meglio descritto come un sistema di ordinata eugenetica, massiccio e diffuso, finalizzato a una progettazione più mite di un massacro appetibile per il miliardario medio. Nella sua forma più attiva, si tratta di quel maltusianesimo liberale promosso da molte ONG che seguono il modello della Gates Foundation, la quale sostiene abbastanza apertamente lo spopolamento dell’Africa (sebbene attraverso mezzi di intervento politico soft, brevetti di farmaci e sementi, propaganda educativa piuttosto che sterminio esplicito). Ma c’è anche una violenza latente che pervade la società divisa in classi su larga scala: la forza è travasata dal povero con un programma di avvelenamento di massa, malnutrizione, terrore psicologico che genera un aumento delle malattie e delle morti, perfino un danno epigenetico che si estende oltre la singola generazione.8

Mentre è vero che su un livello basilare o astratto possiamo vedere chiaramente che la dinamica di fondo è guidata dal mantenimento costante della divisione di classe, in questo caso, più che in ogni altro, è impossibile percepire propriamente il fenomeno senza notare il modo in cui la classe è scolpita dalla razza. Secondo il CDC (Centers for Disease Control and Prevention, Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie, un organismo di controllo sulla sanità pubblica n.d.t) gli afroamericani sono in media esposti il doppio a tutte le maggiori malattie croniche e alle morti da esse9. Nel frattempo, c’è una disparità altrettanto chiara nell’esposizione al piombo e ad altre sostanze tossiche. L’acqua non potabile a Flint, nel Michigan, è probabilmente l’esempio più famoso, ma la realtà è che un inquinamento industriale di questa portata è la norma, non l’eccezione, nelle città altamente segregate della rust belt. Non si tratta solamente di un effetto della deindustrializzazione né delle rimanenze di agenti inquinanti. La Cancer Alley in Louisiana è una distesa di 135 km di fabbriche chimiche e raffinerie di petrolio che hanno esposto gli abitanti, in prevalenza afroamericani, a varie tossine, causando l’insorgere di malattie rare e croniche con un tasso di diffusione elevatissimo, e l’aumento dei casi di cancro (la probabilità di ammalarsi è 800 volte più alta che in qualsiasi alto posto negli Stati Uniti). È difficile che si tratti di una coincidenza il fatto che quella zona della Louisiana è precisamente dove i focolai di coronavirus hanno colpito con più forza nei primi mesi, in cui le parrocchie di zona hanno riportato i tassi di mortalità pro capite più alti di ogni contea americana10.

Allo stesso tempo, la gamma di terrore che accompagna la vita di tutti i giorni contribuisce anche al peggioramento degli effetti psicosomatici, così come a migliaia di affezioni accessorie di malattia mentale. I tassi di suicidi tra gli adolescenti nella riserva di Pine Ridge (dove la disoccupazione è al 70% e il 40% della popolazione è sotto la fascia di povertà) sono più del doppio della media nazionale, l’aspettativa di vita in generale è estremamente bassa, comparabile solamente a quella delle regioni del mondo devastate dalle guerre e dalle carestie11. Spesso ci si dimentica inoltre che le riserve americane sono state la discarica per eccellenza delle scorie nucleari, con circo 200 tonnellate di rifiuti nucleari versati nel 1962 nel fiume Cheyenne, una fonte idrica di Pine Ridge. Cave di uranio a cielo aperto hanno in modo simile contaminato la falda acquifera nella riserva di Laguna Pueblo nel New Mexico, e una serie di miniere e incidenti industriali conseguenti hanno flagellato le terre Navajo ad ovest12. In posti del genere, così come nelle zone rurali più povere abitate da bianchi, le malattie mentali si combinano alle malattie croniche e ad infrastrutture di sanità pubblica praticamente inesistenti, per assicurare che gli abitanti non abbiano altra scelta se non quella di automedicarsi, con il conseguente abuso di sostanze che esacerba le condizioni generali del trauma tanto quanto fornisce, retroattivamente e incorrettamente, la scusa per incolpare i poveri della loro situazione. Quando tutti questi fattori sono riuniti, i risultati sono particolarmente mortiferi: la nazione Navajo, con una tale storia di disinvestimento sistemico, che fa il paio con lo sfruttamento industriale (principalmente delle miniere di uranio) e ha portato a una contaminazione tossica a lungo termine (specialmente avvelenamento da arsenico) e a una proliferazione di malattie croniche e disturbi mentali, ha avuto un tasso di infezione tale da raggiungere il terzo posto sul podio nazionale, a fine Aprile13.

Se molti agenti inquinanti industriali possono essere datati abbastanza indietro nel tempo, nessuno di essi è un “residuo” di oppressione, concepito come una vestigia di un passato razzista in corso di dismissione. Per un verso non è chiaramente qualcosa di generato solo da un “razzismo” generico mosso dal pregiudizio, visto che la base classista del divario è abbondantemente esplicita nel caso, per esempio, di posti come la regione dei monti Appalachi, dove i maggiori siti della produzione di carbone come le contee di Perry o Pike nel Kentucky sono stati per anni al gradino più basso dell’aspettativa di vita, nonostante gli abitanti siano per il 97% bianchi14. La razza scolpisce la classe, ma non la rimpiazza mai. Per altro verso, il problema non è diminuito col tempo in alcuna porzione della popolazione povera. Anzi, in questo caso l’esatto opposto, come risulta chiaramente da una rapida occhiata alle pubblicazioni mediche:

Più di 133 milioni di americani (il 45% della popolazione) hanno una o più malattie croniche. Le minoranze etniche/razziali sono da 1,5 a 2 volte più esposte dei bianchi alle principali malattie croniche. Esse sono responsabili di 7 morti su 10 e rappresentano 78 centesimi su ogni dollaro speso per la sanità. Sfortunatamente, il problema delle malattie croniche sembra peggiorare. Ad esempio tra il 1960 e il 2005 la percentuale di bambini americani con malattie croniche è quasi quadruplicata (da 1,8% a 7%) con i giovani delle minoranze etniche/razziali affetti sproporzionatamente. L’aumento dei tassi di cronicità infantile determina l’aumento di quelli nell’età adulta15.

E come stiamo vedendo in questi giorni con estrema chiarezza, in una pandemia le malattie croniche unite alla cronica malnutrizione e allo stress predispongono a soffrire i peggiori esiti.

Estasi

La Nostra Signora delle Palme, almeno, ha sbalzato le nostre vite in una leggerezza determinata e istantanea. Chi non ha mai contemplato il concetto di storia ora lo sente farsi salvagente in questa marea oscura ed inesorabile. Prima della ribellione essa ha dato anche alla caratteristica più mondana delle nostre vite da clausura una vena artistica quasi religiosa, come se la Santa stessa fosse una pittrice e questa cascata di momenti il suo capolavoro. Ma la sua non è un’opera dal grande scopo, con le figure dipinte quasi alla perfezione. Al contrario è un’opera d’imperfezione fatta a ritratto della perfezione, del degenerato, un’opera che vede la santità nel Barocco fatiscente del mondo e cerca di replicarlo con una precisione egualmente barocca. Siamo io e te seduti con le nostre tute da quarantena, distesi come il Sileno ubriaco di Ribera (1626). O un neo-assunto che ciondola tra le rovine di un Target (un grande magazzino n.d.t), il ritratto sputato del giovane Bacco di Caravaggio (1596) con una mascherina N95 attaccata alle sue guance rubiconde da cherubino, che guarda al gran disordine delle pile di athleisure di sottomarca riverse sulla cenere lasciata da saccheggiatori vaganti, con lo stesso sguardo perso, le pupille che si dilatano all’infinito del piacere da smarrimento che è la vera essenza dell’esperienza carnale.

E, sì, ha anche dipinto per noi quel manifestante pro-riapertura armato fino ai denti sulle scalinate del Campidoglio dello Stato del Michigan, che grida al governatore che gli faccia riaprire la sua compagnia di prodotti di giardinaggio, implorando sotto il peso del suo equipaggiamento tattico che ha aggiunto al suo carrello Amazon con così tanta cura che il governatore lo chiama “un bravo ragazzo” e consente ai suoi impiegati di rischiare la vita per lui, l’arte più infima della piccola borghesia; nel suo dipinto il volto viene subito dopo, sebbene, una volta che il rossore sanguigno è sfumato con lo smorzarsi dell’urlo e l’adrenalina defluisce come un torrente che puzza di fango, appare quello sguardo singolare, quella barba a chiazze, quell’ottusa stupidità come il volto dell’Oloferne di Artemisia Gentileschi, vagamente confuso ma quasi rassegnato alla sua decapitazione. E poi nature morte composte da pile di alimenti accatastate sul ciglio della strada al crepuscolo, pallide bottiglie di latte che luccicano di rugiada nella notte scura dai lampioni spaccati. C’è Elmo da Philly (Philadelphia, riferimento a un’istantanea celebre della rivolta in quella città, n.d.t.) con la sua faccia rossa come la bandiera dei comunardi e il pugno nero alzato su uno sfondo in fiamme.

In ciascuna di queste immagini vediamo con chiarezza disarmante l’assurdità dell’attuale inferno-in-terra. Non è un mondo fatto per me, per te o per chiunque possa dirsi umano. È un mondo di macchine, creato per un’altra specie—per la creatura chiamata capitale, che ha la merce come sua forma larvale, forma che assume brevemente prima che germoglino le sue migliaia di arti e i suoi palpi affilati raggiungano e catturino tutto ciò che le occorre per nutrire il circuito di accumulazione senza fine. Forse hai avuto degli incubi di recente, come molti di noi. Forse nei primi mesi hai avvertito una certa presenza, la tua mente ha visto le strade vuote e la gente velata e non poteva che trarre la conclusione che il gregge dell’umanità si stava nascondendo e che tu avresti dovuto fare lo stesso. Che qualcosa è tra noi. A livello dell’intelletto hai certamente concluso che la minaccia è, in effetti, invisibile, ma solo per la sua scala microbiologica. E tuttavia quella presenza ti tormenta ancora, come un’ombra che si staglia appena dietro il tuo campo visivo, ti da i brividi in quel punto sensibile tra il collo e le spalle come se avvertisse la presenza di un’altra carne che si avvicina. Questa presenza non è però il virus, e non è neanche il frutto della tua immaginazione. È il corpo d’ombra della bestia del capitale, resa quasi visibile all’angolo del tuo campo visivo grazie al modo in cui Nostra Signora delle Palme ha congelato il mondo per noi. Il capitale è una creatura camaleontica, risalta di più quando deve muoversi su uno sfondo congelato, quando l’economia è in stallo e tutte le assurdità si accumulano fino a che ognuno può vederle: cibo distrutto in massa mentre le code per le distribuzioni alimentari diventano chilometriche, piccole “città nella città” costruite dai senzatetto nei canali di scarico e nei vicoli nei bassifondi delle grandi città piene di condomini vuoti.

Ora tutte le linee di demarcazione sono recise con una sinteticità netta, mentre alcuni di noi affrontano questa bestia, sforzandosi di afferrarla mentre ovviamente guizza via dalla nostra presa, perché non siamo ancora così forti, sebbene siamo una potenza con la nostra gloria incendiaria ed espropriatrice—un’opera veramente barocca, poi, schegge di luce che fendono un modo buio con una precisione da chiaroscuro. Le corone dorate e le palme raggianti luccicano sullo sfondo nero che sembra sbiadire sempre di più col passare degli anni. Tali immagini sono formate dall’intreccio di terrore e bellezza, ogni agonia misurata con un’estasi. L’agonia è evidente. L’estasi oggi non è altro che un accenno di luce minore, il bagliore acuto di un falò da qualche parte nel nostro futuro. Puoi vederlo forse nelle strade di ogni città americana in fiamme, dove la peste ha dapprima mandato a casa i più conservatori tra i liberal della peace-police, lasciando solo la speranza e le pietre scagliate. Ora i politici, gli attivisti e i leader della “comunità” sono usciti allo scoperto per pascere la nostra rabbia fuori di noi, con la forza o con una riconciliazione cautamente concessa—un invito a “continuare la conversazione” o ad unirsi al teach-in degli attivisti è sempre stato molto più efficace dal punto di vista repressivo di qualsiasi manganello. Tuttavia, se la pandemia ci ha mostrato l’assurdità del mondo di oggi, ha anche reso evidente che vi è la potenza per cambiarlo.

La Santa Divisione

Eravamo già divisi da noi stessi e dagli altri, ma ora Nostra Signora delle Palme ci ha messo definitivamente in tre caste: i monaci, i soldati e i bastardi. Forse sei un monaco, forzato a vivere una vita di grazia ansiogena. Il tuo chiostro è retroilluminato da mille finestre Zoom che roteano mentre ti apri la strada nel testo labirintico del sito web della disoccupazione del tuo Stato. Se leggi articoli sulla peste, i monaci sono l’audience di riferimento, i consumatori par excellance, veramente, spogliati di qualsiasi altra cosa. E se sei un monaco forse hai cominciato a percepire la vacuità di queste cose, come molti. La smania iniziale per gli acquisti online è finita. I pacchi Amazon Prime deposti come dadi sui pianerottoli si fanno rari, come se le scommesse fossero piazzate in modo più oculato quando realizzi che il gioco non è a tuo favore. Dappertutto si riapre, interamente o in parte, e tuttavia molti posti rimangono vuoti. Il consumo non ha perso solamente il carattere terapeutico che aveva una volta, ma una volta che questo desiderio indotto ha cominciato ad abbandonarti realizzi quanto la tua vita era in balìa di esso—quanta esperienza sociale era ostaggio della merce.

Non è curioso, dopo tutto, che la tua vita sociale sia terminata non perché non potevi mettere due metri di distanza tra te e i tuoi amici, ma perché la gran parte della tua socialità era basata su esperienze interamente mediate dal consumo economico? E non è ora evidente, almeno a livello intuitivo, il fatto che il nostro paesaggio non è stato modellato per la vita umana ma per la comunione degli oggetti? A un certo punto dell’isolamento perdi quasi la cognizione del tuo corpo, che, dopotutto, è una creatura sociale. E quando poi esci di soppiatto per incontrare i tuoi amici in un parco o magari per fare pesi in una palestra speakeasy, provi una sorta di shock estatico nel realizzare quanto può essere intenso il vero contatto sociale. Realizzi che un metro e ottanta è la misura di una bara e che sei sepolto.

Il chiostro è ciò che ha condizionato la particolare gioia comunitaria della nostra attuale ribellione. È davvero solo una coincidenza che questo momento bizzarro in cui le nostre vite sono ridotte al consumo puro ed isolato delle merci sia limitato da una esplosione estatica di massa, in cui le merci, en masse, sono state de-mercificate rapidamente in ogni città—non solo saccheggiate, occorre ricordarlo, ma anche redistribuite tra la popolazione? Questo saccheggio è avvenuto dove era necessario per la sopravvivenza, ovviamente (cibo, medicine, pannolini) ma nella stessa misura è stato un impulso comunista di base, indipendente dal bisogno. Un desiderio di lusso comune, forse. Un’altra scena delle mie preferite, testimoniata di prima mano, è stata l’irruzione nel Mens Warehouse del centro nonostante nessuno sembrasse effettivamente interessato ai prodotti. Un espropriatore solitario alla fine ha distribuito pantaloncini color cachi a tutte le macchine che avevano un finestrino o una mano aperta.

Gli eventi successivi hanno poi provato che la posizione del monaco non è quella corretta, perché, statisticamente, probabilmente sei un soldato—in uno dei vari sensi attuali. Nella lettera che accompagnava lo stimulus check (l’assegno del reddito d’emergenza n.d.t.) Trump ha dichiarato “guerra totale a questo nemico invisibile”. Ma, come in ogni guerra, c’è un abisso tra chi la dichiara e chi la combatte. Come lavoratore in prima linea, sei ovviamente chiamato eroe, e altrettanto ovviamente non sei pagato di più per quest’appellativo. E come soldato del proletariato, allo stesso modo, quando spazzi via con un calcio il candelotto di lacrimogeno oltre le carcasse di volanti incendiate, ovviamente sei chiamato terrorista ed ovviamente devi ancora ricevere il tuo assegno da Soros. Ciò che chiamiamo conflitto di classe difficilmente potrebbe essere più chiaro, ora che il tuo lavoro diurno ti coscrive in quel grande esercito dei salariati, dove rischi la pelle affinché i circuiti essenziali dell’economia continuino il loro ciclo—mentre il tuo lavoro notturno ti coscrive in quell’altro grande esercito di salariati e non, dove rischi la pelle affinché i circuiti essenziali dell’economia possano cedere come la corda logora del cappio che non sono altro.

Si tratta di un indizio al sottotesto segreto della guerra—forse il vero nemico non è così invisibile dopotutto. Nessun simbolismo dipinto per noi da Nostra Signora delle Palme è particolarmente sottile. Ogni metafora sembra urlare a squarciagola il suo significato nell’oscurità. E possiamo sperare che, almeno adesso, il vetro sottile dell’ideologia (l’acritico common sense del “così va il mondo”) stia finalmente cominciando a creparsi. Questa è una guerra e tu sei un soldato quindi ti tocca combattere come tale. Ma il tuo nemico non è un virus invisibile su cui non hai alcun potere—a meno che tu non faccia parte di quella piccola minoranza di scienziati che lotta da anni per sviluppare un vaccino contro i coronavirus solo per essere sistematicamente soffocato dai grandi conglomerati farmaceutici e dai politici burattini che foraggiano per pilotare i tagli ai fondi federali alla ricerca—no, la guerra invece è la stessa che abbiamo sempre chiamato guerra di classe, e i tuoi nemici di oggi sono gli stessi bastardi di prima.

E che ne è di questi bastardi? Ci viene detto che questa gente—i ricchi, le vere élites urbane, chi possiede il mondo delle produzione, quella che veniva chiamata un tempo, e potrebbe essere chiamata di nuovo, “la borghesia”— ha aggiunto qualcosa come 282 miliardi di dollari alla propria ricchezza dall’inizio della pandemia16. In molti, avendo ricevuto avvertimenti da rapporti confidenziali, hanno venduto in tempo le azioni a rischio e spostato gli investimenti su quelle poche imprese i cui profitti sarebbero esplosi con un disastro del genere. Il solo Jeff Bezos ha aggiunto 25 miliardi di dollari al suo patrimonio già alla metà di Aprile. È vero che alcune imprese stanno soffrendo, certo, ce lo rende chiaro lo stazionare inattivo delle grandi petroliere a largo delle coste di ogni paese al mondo. Queste imprese, col tempo, saranno salvate a nostre spese in modo da poter continuare la loro crisi duratura e rovinosa per il mondo. Ma tra i ranghi più infimi dei bastardi troverai sempre il leccapiedi sacrificale: il piccolo proprietario che piange perché non si può più permettere di non lavorare, il proprietario di un bar o di un ristorante insofferente perché non riesce a fare cocktail o a sistemare un tavolo, l’appaltatore edile vestito Carhartt dalla testa ai piedi che campa di quelli che sono (diciamocelo) contributi di welfare firmati da qualche speculatore immobiliare di Manhattan. Persino nel momento in cui i grandi gruppi finanziari infilano il pugnale del sacrificio nella gola del leccapiedi—ciò che si dice ripulire il mercato dalle aziende non competitive—un “grazie” finale si fa strada dai polmoni di questi bastardi striscianti.

Il gradino più basso di proprietari meschini e idioti gonfi di risentimento è la parte più violenta della risposta poliziesca e dei vigilantes alla rivolta. Queste ribellioni portano in piazza gente di ogni sorta, e mentre il discorso sugli “agitatori venuti da fuori” continua ad unire la destra e la sinistra istituzionale in tutta la sua palese assurdità—quando ciascuna delle maggiori aree metropolitane del paese è incendiata dalla rivolta, da quale “fuori” pensano che vengano, letteralmente, questi “agitatori”?—dobbiamo però riconoscere che le rivolte reali fanno in opposizione uscire allo scoperto le vere forze di destra, e che queste forze operano nelle strade almeno quanto le rivolte. Nel senso più mondano, ci saranno quei leccapiedi particolarmente docili che, per qualche oscura ragione, si sveglieranno presto la mattina per andare in centro e pulire con la spugnetta il nome di George Floyd dai muri anneriti dalle fiamme di un Cheesecake Factory. Ad un livello più pericoloso, c’è l’escalation di violenza della polizia stessa. Ma oltre alla sua violenza professionale, abbiamo visto molto chiaramente come la polizia sia più che disposta ad aiutare le gang proto-fasciste che sono state oggetto di molti reportage in questi anni—ed è da questi gruppi di vigilantes e di poliziotti membri del KKK in borghese che dobbiamo aspettarci gli atti più manifesti ed eclatanti. Allo stesso tempo, però, è d’uopo ricordare che essi non sono effettivamente le forze della repressione dominanti in America. Sono più o meno localizzati sebbene la loro minaccia sia visibilissima, più spaventosa a causa del loro grado di nuda violenza, ma difficilmente di gran respiro e pericolosa come la repressione portata avanti dal dispositivo legislativo formale, che inizierà a spingere centinaia o migliaia di giovani nel grande labirinto punitivo di aule di tribunale e prigioni sovrappopolate. Per ogni omicidio extragiuridizionale di una persona di colore in America, dopotutto, c’è un centinaio di omicidi perfettamente legali, perpetrati attraverso una lenta condanna a morte che dura anni, decenni, a volte l’ergastolo.

Essenziali e Sacrificabili

La pandemia e i suoi soldati sacrificali hanno inoltre reso abbondantemente chiaro qualcosa che fino a poco fa era un’ipotesi relegata alle pagine di libri edgy e fuori mercato distribuiti da quadri anarchici attempati nelle viscere della Bay Area: esiste ciò che viene chiamato “proletariato essenziale”, composto da tutti quei lavoratori necessari per far funzionare le infrastrutture di base, l’ossatura della società. Non si tratta della massa di lavoratori che, complessivamente, contribuiscono al profitto e alla stabilità del sistema—ovvero quelli che possono essere pensati come “working class” in un senso più ampio. No, queste persone hanno verosimilmente lavori disparati, unificati solo dal fatto che la loro attività peculiare è stata resa necessaria dalla fusione capitalistica della sopravvivenza del capitalismo stesso con quella della specie umana:

il proletariato essenziale è quell’insieme di lavoratori che può bloccare vaste aree economiche smettendo di lavorare. Sono impiegati delle industrie chiave del capitalismo, industrie che possono operare solamente con un input relativamente alto di forza lavoro nei loro processi produttivi. Lavoratori chiave sono anche quelli delle fabbriche, spazzini, quelli nel campo dell’energia e il comparto della logistica (poste, ferrovie, trasporto su strada, traghetti, portuali, ecc.) […]17

La citazione viene da un testo oscuro (Nihilist Communism) famoso solamente in certi ambienti di doomer comunisti, abbastanza pochi e sparsi per fare sì che la loro unica influenza al di fuori di internet consista nel fatto di assicurare che il libricino nero con la lugubre foto di copertina possa almeno diffondersi nel mondo per piazzarsi negli squat, negli infoshop e nelle librerie personali in ogni continente, e rimanere lì in letargo fino a quando la storia non ripeschi dalle sue pagine le poche previsioni più lucide come questa.

Oggi possiamo osservare il fatto senza aver bisogno della mediazione di una sub-sottocultura oscura, come se i diritti del film “Anno Domini 2020” fossero stati acquisiti dalla CNN e se ne fosse registrato l’audio-libro in una terrificante voce baritonale.

Certo il termine usato nel testo non è perfettamente simmetrico a quello usato nel gergo in voga oggi. Tuttavia possiamo osservare con i nostri occhi l’intero proletariato globale diviso in essenziale e sacrificabile. Osserviamo come le due categorie si sovrappongano e come non lo facciano, e quanto questo tracciato sia determinato dalla razza—è così chiaro, poi, che anche i più ostinati ed ignoranti devono quantomeno posare lo sguardo sul processo messo a nudo con il quale la razza è prodotta e riprodotta ogni giorno. Inoltre, vediamo svelata la grande divisione globale della sofferenza: cosa succede esattamente, quando quella porzione del proletariato essenziale situato nei grandi complessi industriali di Cina e Vietnam smette di lavorare? Ciò non può che implicare la domanda: cosa succederebbe se tu smettessi di lavorare? Sei i magazzini di Amazon chiudessero? Se la spazzatura non fosse più raccolta? Se milioni di lavoratori del comparto alimentare che si trovano in prima linea un giorno smettessero di essere ostaggio dell’economia, e la corona in frantumi dello stato si scontrasse col cemento armato del conflitto di classe?

Nel frattempo, dei fatti basici riguardo la necessità di un organizzarsi comunista sono diventati almeno fiocamente visibili, segnalati dall’emergere di quel comunismo invariabile, latente, che è sempre vagamente implicito nelle sollevazioni che emergono. Innanzitutto, riguardo al proletariato “essenziale”e il suo potere, sembra che molti che prima ignoravano completamente la politica o fondavano tutta la loro pratica politica sul perseguimento di riforme marginali ed effimere e allo stesso tempo sulla “presa di coscienza” si trovino ora, ironicamente, a confrontarsi con le tesi di base portate avanti dal rozzo ed oscuro autore di Nihilist Communism:

Ogni cosa nel mondo è stata fatta e il potere deriva dal controllo di questo fare. Se il fare è fermato, allora la fonte di questo potere è interrotta. […] Quando l’industria si ferma, tutto nella società, altrimenti assolutamente determinato da essa, fluttua libero dalla sua forza di gravità. In questa particolare crisi del capitalismo si scatena l’inferno; poi arriva il momento dell’organizzazione. Puoi chiamarla coscienza se vuoi, non ci importa18.

In altri termini, la necessità di organizzarsi come e tra membri del proletariato essenziale è diventata autoevidente, e le condizioni, è ovvio, sono mature. Allo stesso tempo la domanda ora è di fatto invertita, perché la pre-ribellione che si agita dalle rivolte nel comparto industriale è stata ora spazzata via da una serie di riot che finora si sono limitati per la maggior parte alle più alte quote della circolazione di flussi—ovvero ai viali del centro e ai superstore (un punto vendita della grande distribuzione organizzata che si inserisce tra il supermercato e l’ipermercato. Dispone di superfici con ampiezza variabile tra 1500 e 3500m² ed è generalmente ubicato in aree urbane periferiche ed extraurbane, fonte wikipedia n.d.t.) che fungono da camera di compensazione per le merci, o ai simboli tradizionali del governo, dai palazzi del Comune fino letteralmente la Casa Bianca, i quali hanno sempre servito da stanze vuote del potere che, anche se circondate e saccheggiate, danno prova in ultima analisi di essere vane.

Questa ribellione, formata da molti riot e diversi atti di mutuo appoggio, ha ora cominciato ad incontrare lo stesso limite che incontrano i riot e le esperienze mutualistiche ultimamente. Si è scontrata col “pavimento di vetro” che ci separa dai dispositivi veramente produttivi che la pandemia ha reso così visibili.19 In parte, ciò è frutto della divisione del lavoro a livello internazionale, come ha spiegato bene il collettivo comunista Chuang 闯 mezzo decennio fa, riferendosi al precedente ciclo di lotta:

I riots ad Atene, Barcellona, Londra e Baltimora, per quanto siano importanti, hanno poche chance di infrangere il “pavimento di vetro” sulla produzione. Anche qualora lo avessero fatto, il risultato sarebbe stato il riempire spazi logistici semplici—porti, superstores, scali ferroviari, università, ospedali e grattacieli, tutti prontamente ridotti a deserti di stanze e container vuoti dopo che le cose di valore vengono espropriate—o al massimo un pugno di aziende hi-tech che producono prodotti speciali, senza alcun accesso ai materiali grezzi o alla conoscenza necessaria per farle funzionare. In Cina, invece, la conoscenza ingegneristica e l’acume tecnico di base è ampiamente diffuso, le filiere sono strettamente legate e superflue negli agglomerati industriali, e il blocco di un singolo output di un complesso industriale può impedire di mandare sul mercato una significativa porzione di produzione globale20.

Sebbene al giorno d’oggi sembra poco probabile una diffusione di eventi del genere in Cina, tuttavia, queste previsioni pare paiono passare dalle pagine alle strade, visto che in molti nei primi mesi di questa calda estate si sono ritrovati in deserti di stanze e container vuoti, afferrando le braccia di un manichino mutilato dopo che le cose di valore erano state espropriate.

La neve si scioglie

I venti gelidi della prima quarantena si sono ora decisamente sciolti nelle vampe di una estate torrida come non se ne vedevano da generazioni. Anche nella ghiacciata Feltre la coltre nevosa scorre come acqua chiara e fresca dai colli ai piedi delle Dolomiti, e ci domandiamo tutti quanto tempo ci vorrà prima che la Nostra Signora nella sua basilica senta il calore proveniente da altre città in fiamme—forse, se questa ribellione non è solamente americana, potrebbe accendere un ritorno di fiamma nel nord Italia, dove un tempo arse così radiosa tra le brigate di altri soldati caduti, le cui bandiere erano rosse come il volto di Philly Elmo. È vero che questi eventi hanno dei limiti, e che, come ogni altro ciclo storico, le ribellioni crescono e fanno tesoro di una sequenza di fallimenti e ripetizioni. Ma niente di tutto ciò sta a significare che siano senza speranza.

Piuttosto, ogni nuova ondata di riot e ribellioni che si espande per il globo ha portato avanti quella corrente sottomarina di attività più generale—quello che chiamiamo il “partito storico”—aggiungendo nuovi repertori tecnici al campo e rendendo pressoché naturali per le nuove generazioni di giovani sempre più radicali certe pratiche un tempo rare come il saccheggio. Ogni onda ha bisogno di sostegno e ogni comunista che meriti questo nome dovrebbe fornire tale sostegno non solo a parole ma anche nei fatti, invece di starsene seduto al sicuro dietro la noia di uno schermo e puntare il dito contro i limiti ovvi di qualsiasi lotta che esiste al momento. Sul lungo termine la possibilità di infrangere il pavimento di vetro diventa nei fatti vagamente possibile, dopo una serie di ribellioni del genere nelle quali quel pavimento di vetro era stato reso visibile alla gente. Quando si tocca il limite e questi spazi sono svuotati, è tempo di distribuire i beni espropriati e riconvertire qualsiasi territorio sia stato liberato—nonostante tutte le proclamazioni inebrianti dalla CHAZ in tutta la sua prematura gloria un po’ cringe, ancora non ci siamo, neanche un po’. Ma rimane il fatto che chi tratta le attività di mutuo appoggio o i progetti di permacultura su piccola scala come un fatto fine a sé stesso sarà riportato coi piedi per terra dal processo gargantuesco e dai suoi risultati completamente inadeguati.

Perché non appena questo sia raggiunto si stabilisce immediatamente un altro limite, in cui la gente deve confrontarsi con la questione della produzione, che si presenta non come un problema di capacità manufatturiera ma piuttosto come una questione di riserve alimentari. Come alcuni lavoratori incazzati hanno sostenuto altrove: “La gioia della comunizzazione può durare tre giorni al massimo prima di sentire i morsi della fame” 21. In uno scenario ideale, capire questo può voler dire l’emergere di nuove ondate di organizzazione dei lavoratori su tutta la catena di produzione, o almeno di qualche forma di radicalismo rinnovato in alcuni settori chiave di quel “proletariato essenziale”. In realtà è più facile che l’avanzata e il burnout della rivolta siano disgiunti dal processo di organizzazione sul posto di lavoro, in particolare quando si tratta delle forme di lavoro più qualificate o geograficamente disperse che sono quei tipi di sostegno necessari ad una vera insurrezione. Parlare d’altro o sognare una grande rivoluzione internazionale è un fatto puramente speculativo, e non particolarmente utile. Ma rimane il fatto che oggi la stragrande maggioranza dei sindacati e delle organizzazioni “socialiste” rimaste che si organizzano con tali lavoratori non si schierano con la controinsurrezione solo a parole (mentre blaterano di riforme), ma contribuiscono addirittura a soffocare attivamente ogni ribellione del genere quando si presenta.

Su una scala più ampia, infatti, la questione è ora quantomeno illuminata da Nostra Signora delle Palme. La quarantena è un fatto divertente, induce in molte maniere nella coscienza individuale il tipo di trasformazioni che di solito si genera con l’azione collettiva:

In un modo strano, l’esperienza soggettiva è in qualche maniera simile a quella di uno sciopero di massa – ma è un’esperienza che, nel suo carattere non spontaneo, imposto dall’alto verso il basso e, soprattutto, nella sua non volontaria iperatomizzazione, illustra i dilemmi fondamentali del nostro stesso presente politico asfissiato in maniera evidente, così come gli autentici scioperi di massa del secolo scorso hanno messo in luce le contraddizioni della loro epoca. La quarantena, quindi, è come uno sciopero ma svuotato dei suoi caratteri collettivi, e tuttavia in grado di provocare un profondo shock sia a livello psicologico, che economico22.

Milioni di persone si stanno almeno ponendo le domande che, fino a poco tempo fa, erano di competenza delle utopie fantascientifiche o di alcuni gruppi di studio comunisti. La più importante di esse è realizzare che, nonostante l’economia sembri collassare, le cose più importanti, quelle più umane, sono comunque rimaste. Alcuni di noi potrebbero (abbastanza stupidamente) sentirsi in colpa ad ammetterlo, ma quel breve periodo di tempo in cui non si doveva lavorare (o almeno non così duramente), e si riusciva comunque a mangiare e ad avere un tetto sulla testa era in realtà una ficata; e non è strano che ci siamo auto-convinti per tanto tempo che invocare questa capacità base di una società al nostro livello di competenza produttiva (in cui possiamo, di fatto, garantire cibo, casa e salute per tutti in modo gratuito) fosse allo stesso tempo utopico e totalitario?

Certamente, ci sentiamo anche sul bilico di un burrone, con le nostre domande incombenti rispetto a cosa succederebbe alla filiera alimentare, a chi un tetto sulla testa non lo ha, a cosa accadrebbe a me, a te, o ai nostri amici e familiari se il padrone di casa provasse effettivamente a chiamare la polizia per farci sfrattare. E a tutto ciò si aggiungono le domande rispetto a cosa possa succedere dopo che i negozi siano saccheggiati ed incendiati, o quando le fiamme raggiungano inavvertitamente dei quartieri residenziali, quando le denunce comincino ad accumularsi mentre il consiglio comunale progressista e i leader della comunità hanno soppresso la richiesta popolare di amnistia. Sì, si tratta di timori reali, perché le minacce lo sono. E tutto ad un tratto c’è una motivazione tutta nuova che si diffonde: quella di aiutare, difendere e proteggere la grazia inquietante che esiste come uno squarcio, uno sguardo su qualcosa di ulteriore, rivelato momentaneamente in una foresta di timori che svettano. Cos’altro possiamo pensare, quando vediamo che, per la prima volta nelle nostre cazzo di vite, le emissioni di carbonio hanno smesso di crescere—comunque non abbastanza? Che il record assassino di emissioni fossili della sesta estinzione di massa, per un momento, può aver incontrato un riflusso, seppur minimo, nella sua marea di sangue che altrimenti appare come senza fine? Ancora: la realtà sembra oggi gridarci la parola comunismo a ogni momento di lucidità. Nostra Signora della Palme ha dipinto il quadro, non possiamo tenere gli occhi chiusi ancora a lungo.

Testo originale su The Brooklyn Rail

Note

1. Feltre condannata al rigore di nevi perpetue/anche da me che dopo questa volta non tornerò, addio!

2. Si tratta della Basilica santuario dei Santi Vittore e Corona dove sono custodite le presunte reliquie dei due santi. Le altre, in un pregiato scrigno d’oro, si trovano in una cattedrale di Aachen in Germania.

3. Sembra che l’associazione di Santa Corona con la prevenzione dalle malattie possa essere tracciata in un piccolo paesino austriaco e non pare porti più lontano sinora. Per ulteriori dettagli cfr: Matthew Taub, “Is Saint Corona a Guardian Against Epidemics?” Atlas Obscura, 31 Marzo 2020. https://www.atlasobscura.com/articles/saint-corona-epidemics.

4. Questo punto è stato discusso fino alla morte altrove. I migliori articoli sulla questione sono questi: John Smith, “Why the coronavirus could spark a capitalist supernova,” Open Democracy, 31 Marzo 2020. https://www.opendemocracy.net/en/oureconomy/why-coronavirus-could-spark-capitalist-supernova/; Aaron Benanav, “Crisis and Recovery,” Phenomenal World, 3 Aprile 2020. https://phenomenalworld.org/analysis/crisis-and-recovery; Bue Rübner Hansen, “Pandemic Insolvency: Why This Crisis Will be Different”, Novara Media, 26 Marzo 2020. https://novaramedia.com/2020/03/26/pandemic-insolvency-why-this-economic-crisis-will-be-different/; Michael Roberts, “The post-pandemic slump”, Michael RobertsBlog, 13 Aprile 2020. https://thenextrecession.wordpress.com/2020/04/13/the-post-pandemic-slump/.

5. Quest’illusione ha una storia molto più antica, ovviamente, ed è radicata in una forma particolarmente degenerata di “Marxismo” filtrata attraverso la grande tragedia russa. Poiché l’unica volta in cui “lo stato” da solo ha indossato la corona del vero potere è stato quando ogni altra appendice dell’economia è stata massacrata nel grande spargimento di sangue della guerra e della rivoluzione. Risparmiato, raccolse la corona dalla terra insanguinata e danzò nei campi di battaglia del ventesimo secolo, dipingendo il miraggio che lo stato fosse la dimora del socialismo, finché non cadde, esausto, ai piedi dell’economia globale reincarnata.

6. Cfr. https://pungolorosso.wordpress.com/2020/03/12/contagio-sociale-guerra-di-classe-micro-biologica-in-cina/

7. Le altre componenti principali, come la soggezione ad una violenza eccessiva per mano dello stato ed un’esposizione all’esclusione dall’economia salariale di gran lunga più vasta, sono state ampiamente documentate altrove, e sono i punti di riferimento più standard per la comprensione della razza per la maggior parte dei comunisti. Questi punti non sono affatto sbagliati, ma sono a volte cristallizzati in un approccio che tenta di ridurre il capitalismo ad una spiegazione meramente “economica” o “politica”, che enfatizza l’esclusione dal salario (parlando di “popolazioni eccedenti razzializzate”) e l’esposizione alla violenza diretta dello stato (parlando di gestione di queste popolazioni attraverso una cosiddetta “necropolitica”), e che tratta come secondaria la questione della salute, dell’ambiente e persino della geografia generale. Invece, una comprensione della razza propriamente comunista dovrebbe vedere attraverso questi fattori economico-politici per cogliere la ben più grande scala socio-ecologica dell’inferno-in-terra capitalista in cui sia l’esclusione economica che quella politica sono incoraggiate da una violenza molto più sostanziale ed indiretta nell’antica, spesso letteralmente ereditata, mal distribuzione delle condizioni sanitarie che deriva da una geografia disomogenea della devastazione ambientale (ivi compresi sia gli habitat su larga scala degli ecosistemi, dei bacini idrici, ecc. ma anche gli habitat su piccola scala del corpo umano e del suo microbioma, entrambi inclusi nel concetto di Marx della frattura metabolica tra natura umana e non umana). È importante ricordare l’accento posto da Marx stesso sul fatto che tutte le forme di produzione implichino fondamentalmente una interazione metabolica tra mondo umano e non umano e che il capitalismo sbilanci questo metabolismo. Da ciò deriva che uno squilibrio del genere produrrà una geografia disomogenea della distruzione, che collasserà sulle stesse linee di diseguaglianza sociale viste altrove. Alcuni studiosi, tuttavia, sostengono l’enfasi su questi punti, come la geografa Ruth Wilson Gilmore, che descrive la connessione tra razza, ambiente e salute pubblica e come Kohei Saito, che ci ha fornito il resoconto più dettagliato sul contesto generale della trazione verso la devastazione ambientale del capitalismo.

8. Si è cominciato a studiare in modo sistematico gli esatti meccanismi che condizionano tali cambiamenti epigenetici solo di recente, ma le disparità razziali che stanno alla base di esse sono già chiare. Cfr: Alexis D. Vick and Heather H. Burris, “Epigenetics and Health Disparities”, Curr Epidemiol Rep., Volume 4, Number 1, 2017. pp.31-37. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC5327425/

9. Cfr. CDC Report settimanale Malattie e Mortalità, 5 Maggio 2017: https://www.cdc.gov/mmwr/volumes/66/wr/mm6617e1.htm?s_cid=mm6617e1_w

10. James Pasley, “Inside Louisiana’s horrifying ‘Cancer Alley,’ an 85-mile stretch of pollution and environmental racism that’s now dealing with some of the highest coronavirus death rates in the country,” Business Insider, 9 Aprile 2020. https://www.cdc.gov/mmwr/volumes/66/wr/mm6617e1.htm?s_cid=mm6617e1_w

11. L’aspettativa di vita è 48 anni per gli uomini e 52 per le donne, mentre ad esempio in Afghanistan è di 62,7 e 65,6. Per una lettura d’insieme sull’epidemia di suicidi cfr: Amanda Cordova, “Guest Post: Teen suicide epidemic on Pine Ridge Reservation,” The Colorado Independent. 25 October 2019. <https://www.coloradoindependent.com/2019/10/25/mental-health-suicide-teen-pine-ridge/&gt;

12. Per una trattazione sistematica di questo e di altri casi simili cfr:Dorceta Taylor, Toxic Communities: Environmental Racism, Industrial Pollution and Residential Mobility. NYU Press, 2014. pp.56-62.

13. Jeva Lange, “The Navajo Nation outbreak reveals an ugly truth behind America’s coronavirus experience,” The Week, 21 Aprile 2020. https://theweek.com/articles/909787/navajo-nation-outbreak-reveals-ugly-truth-behind-americas-coronavirus-experience

14. Kulkarni, SC., A. Levin-Rector, M. Ezzati and C. Murray. “Falling behind: life expectancy in US counties from 2000 to 2007 in an international context”. Population Health Metrics. Number 9, 2011.

https://pophealthmetrics.biomedcentral.com/articles/10.1186/1478-7954-9-16

15. James H. Price, Jagdish Khubchandani, Molly McKinney and Robert Braun, “Racial/Ethnic Disparities in Chronic Diseases of Youths and Access to Health Care in the United States”, Biomed Res Int. 2013. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3794652/

16. Per lo studio completo vedi: Chuck Collins, Omar Ocampo and Sophia Paslaski, “Billionaire Bonanza 2020: Wealth and Windfalls, Tumbling Taxes, and Pandemic Profiteers,” Institute for Policy Studies, 2020. https://ips-dc.org/billionaire-bonanza-2020/

17. Monsieur Dupont, Nihilist Communism, Ardent Press, 2009. p. 22

18. Ibid, pp. 25 and 27

19. The term “Glass Floor” dates back to another obscure communist group, this time French, who were writing on the limits of one of the first major riots that took place in recent decades of unrest, itself triggered by a police murder in Athens, Greece: Théo Cosme, “The Glass Floor”, Les Émeutes en Grèce, Senonevero, April 2009. English translation here: http://libcom.org/library/glass-floor-theorie-communiste

20. “No Way Forward, No Way Back,” Chuang, Issue 1: Dead Generations, 2016. http://chuangcn.org/journal/one/no-way-forward-no-way-back/

21. AngryWorkers, Class Power on Zero Hours, PM Press, 2020.

22. “Social Contagion”, Chuang, February 2020. http://chuangcn.org/2020/02/social-contagion/ https://pungolorosso.wordpress.com/2020/03/12/contagio-sociale-guerra-di-classe-micro-biologica-in-cina/

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