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L’assedio al commissariato del Terzo Distretto di Minneapolis

Anonimo

 

Traduzione da https://it.crimethinc.com/2020/06/10/the-siege-of-the-third-precinct-in-minneapolis-an-account-and-analysis

 

Un resoconto e un’analisi

L’analisi che segue è stata sviluppata a partire da una discussione che ha avuto luogo davanti al commissariato del Terzo Distretto quando le fiamme guizzavano dalle sue finestre, nel Giorno 3 dell’Insurrezione per George Floyd a Minneapolis. Avevamo raggiunto un gruppo di persone i cui visi, illuminati dal fuoco, irraggiavano gioia e meraviglia per la strada. Persone di varie etnie sedevano fianco a fianco parlando del valore tattico dei laser, dell’etica della condivisione, dell’unità  interrazziale nella lotta contro la polizia, e della trappola dell’innocenza. Non vi erano disaccordi: tutt* avevamo individuato le stesse cose come quelle che ci avevano aiutato a vincere. Migliaia di persone stanno condividendo l’esperienza di simili battaglie. Noi speriamo che preserveranno la memoria di come combattere. Ma l’istante del combattimento e la celebrazione della vittoria non sono commisurabili alle abitudini, agli spazi e ai legami della vita quotidiana e della sua riproduzione. È sconvolgente quanto sentiamo l’evento già distante da noi. Il nostro proposito è di preservare la strategia che si è dimostrata vincente contro il commissariato del Terzo Distretto di Minneapolis.

La nostra analisi si focalizza sulle tattiche e la composizione della folla che ha assediato il commissariato del Terzo Distretto nel Giorno 2 dell’insurrezione. L’assedio si è prolungato all’incirca dalle quattro del pomeriggio fino alle prime ore della mattina del 28 maggio. Noi riteniamo che la ritirata strategica della polizia dal commissariato del Terzo Distretto nel Giorno 3 sia stata una vittoria dell’assedio del Giorno 2, che ha sfiancato il personale e le riserve del Distretto. Siamo stati presenti al combattimento che ha preceduto l’evacuazione il Giorno 3, siamo arrivati proprio quando la polizia stava andandosene. Eravamo in giro per la città in un’area dove la gioventù si batteva corpo a corpo con la polizia mentre cercava di razziare un centro commerciale – di qui la nostra focalizzazione sul Giorno 2.

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Contesto

L’ultima rivolta popolare contro il Dipartimento di Polizia di Minneapolis aveva avuto luogo in risposta all’assassinio di polizia di James Clark il 15 novembre 2015. Erano state due settimane di tumulti, fino al 2 dicembre. Gli assembramenti avevano ripetutamente affrontato la polizia a colpi di scambi di proiettili; tuttavia, la risposta alla sparatoria si era coagulata in una compunzione del vicino commissariato del Quarto Distretto. Organizzazioni come il NAACP e la neonata Black Lives Matter avevano affermato il loro controllo sulla folla che si riuniva; e spesso erano venute in attrito con i giovani ribelli non affiliati che preferivano lo scontro diretto con la polizia. Gran parte della nostra analisi si appunta su come i giovani ribelli afrodiscendenti e ispanici dei quartieri poveri e operai hanno colto l’occasione di ribaltare questo rapporto. Pensiamo che questa sia stata una condizione determinante dell’insurrezione.

George Floyd è stato assassinato dalla polizia all’incrocio tra la 38esima Strada e la Chicago Avenue fra le 20.20 e le 20.32 di domenica 25 maggio. Le manifestazione contro l’assassinio sono cominciate il giorno dopo sul luogo stesso del delitto, dove era stata convocata una veglia. Vari convenuti si sono avviati in corteo verso il commissariato del Terzo Distretto a Lake Street all’incrocio della 26esima, dove i ribelli hanno attaccato i veicoli della polizia nel parcheggio.

Questi due siti sono diventati punti di riferimento
significativi. Diversi gruppi comunitari, organizzazioni, liberal, progressisti, e gente di sinistra si sono concentrati sul luogo di veglia, mentre chi voleva configgere si è ritrovato generalmente intorno al commissariato. Questo ha significato una distanza di due miglia tra due folle davvero diverse, una divisione spaziale riprodottasi anche in altre aree della città. Chi è andato a fare gli espropri si è scontrato con la polizia in zone commerciali sparse fuori dalla sfera d’influenza delle organizzazioni, mentre molti dei cortei della sinistra hanno escluso gli elementi combattivi con la sperimentata tattica della “polizia di pace” in nome di un’avversione identitaria al rischio.

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Il “Soggetto” dell’Insurrezione per George Floyd

Nella nostra analisi, il soggetto non è una razza, né una classe, né un’organizzazione, e neanche un movimento, ma è una folla. Ci concentriamo sulla folla per tre ragioni. Anzitutto, ad eccezione degli street medics, nessun partecipante era precedentemente organizzato. La vittoria è stata ottenuta grazie a individui e gruppi indipendenti che hanno coraggiosamente interpretato ruoli complementari e che hanno saputo cogliere le opportunità che si presentavano loro.

I primi assembramenti sono stati per certo chiamati da un’organizzazione afroamericana, ma tutte le azioni che hanno sconfitto materialmente il commissariato sono stati intraprese dopo la fine di questa dimostrazione e da gruppi di persone fuori da qualsiasi affiliazione o sigla. In quel momento, non si è vista praticamente alcuna delle familiari facce di autoproclamati leader comunitari e spirituali. La folla ha potuto trasformare la situazione liberamente. Le organizzazioni fanno sempre affidamento sulla stabilità e la prevedibilità al fine di potere mettere in opera strategie che richiedono molto tempo per essere elaborate. Di conseguenza, i leader delle organizzazioni possono essere minacciati da cambiamenti bruschi nelle condizioni sociali, che possono rendere irrilevanti le loro organizzazioni medesime. Le organizzazioni – anche quelle autoproclamate “rivoluzionarie” – hanno interesse a sopprimere la rivolta spontanea per reclutare invece chi è scontento e infuriato. Non importa se si tratti di un eletto, di un leader religioso, di un “organizzatore comunitario”, o di un rappresentante della sinistra, il messaggio alla folla indisciplinata è sempre lo stesso: aspettate.

La forza che ha trionfato sul Terzo Distretto è stata una folla e non un’organizzazione giacché i suoi obiettivi, i suoi mezzi e la sua composizione interna non erano regolati da un’autorità centralizzata. Questo si è rivelato benefico, dal momento che la folla è ricorsa di conseguenza a opzioni già pratiche ed è stata libera di creare inedite relazioni interne per adattarsi al conflitto in atto. Espandiamo questo aspetto nella sottostante sezione titolata “Lo schema della battaglia e la Composizione”.

La forza nelle strade del 27 maggio era situata in una folla perché i suoi componenti avevano poche aderenze all’ordine esistente che è amministrato dalla polizia. Fatto cruciale, una tregua tra bande è stata chiamata dopo il primo giorno di sollevazione, neutralizzando le barriere territoriali alla partecipazione. La folla proveniva in gran parte dai quartieri afro e ispanici operai e poveri. Questo è stato particolarmente vero per coloro che hanno bersagliato la polizia e vandalizzato ed espropriato negozi. Coloro che non si identificano come “titolari” del mondo che li opprime sono molto più portati a combatterlo e farne sacco quando se ne presenta l’opportunità. La folla non
aveva interesse a giustificarsi con gli spettatori ed era scarsamente interessata a “significare” alcunché ad alcuno all’infuori di sé stessa. Non c’erano segni o discorsi solo slogan al servizio dei compiti tattici di “gasarsi” (“Fuck 12!”) e d’interrompere la violenza della polizia esibendo una “innocenza” strategica (“Hands up! Don’t shoot!”).

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Ruoli

Abbiamo visto le persone interpretare i seguenti ruoli:

Supporto medico

Esso include gli street medics e i medici che hanno garantito triage e prime cure in centri comunitari riconvertiti a due isolati di distanza dal commissariato. In altre circostanze potrebbe accadere nei locali di una qualche ONG, in magazzini o in luoghi di culto alleati del movimento. Un gruppo di medici potrebbe anche invadere ed occupare un luogo per la sola durata degli scontri. Gli street medics non hanno interferito con le scelte tattiche della folla e hanno curato tutti coloro che ne avevano bisogno.

Controllori dei canali radio (della polizia) e operatori di canali Telegram

Adesso è una pratica comune in molte città degli Stati Uniti, ma le persone che monitoravano i canali radio della polizia prestando orecchio alle notizie importanti hanno giocato un ruolo cruciale nel creare un flusso d’informazioni dalla polizia alla folla. È quasi certo che nel complesso la maggior parte della folla non ha praticato in sicurezza l’uso dei canali Telegram. Consigliamo i ribelli di installare l’app Telegram su telefoni usa e getta per rimanere informati evitando che gli StingRay della polizia (false antenne di telefonia cellulare) traccino i loro dati personali.

Manifestanti pacifici

Le tattiche non-violente dei manifestanti pacifici hanno supportato due scopi tradizionali ed uno inedito:

  • Hanno creato uno spettacolo di legittimità, intensificato man mano che diminuiva la violenza della polizia.
  • Hanno creato una prima linea che bloccava i tentativi della polizia di avanzare quando si schierava davanti al commissariato.
  • In aggiunta, in una piega imprevista degli eventi, i manifestanti pacifici hanno fatto scudo a chi lanciava oggetti contundenti.

Ogni qualvolta la polizia minacciava l’uso dei lacrimogeni o dei proiettili di gomma, i manifestanti pacifici si allineavano davanti a loro con le mani in alto, scandendo “Hands up, don’t shoot!”. Qualche volta piegavano il ginocchio a team, ma tipicamente solo durante relative pause negli scontri. Quando gli sbirri si schieravano fuori dal commissariato, le loro file si ritrovavano spesso a fronteggiare una linea di manifestanti “non-violenti”. Questo ha avuto l’effetto di stabilizzare temporaneamente lo spazio del conflitto e di offrire agli altri elementi della folla un bersaglio stazionario. Per quanto ci siano stati alcuni manifestanti pacifici che hanno intimato rabbiosamente alla gente di non lanciare cose, sono stati pochi e si sono andati calmando nel corso della giornata. Ciò è stato probabilmente dovuto al fatto che la polizia ha cominciato da subito a sparare proiettili di gomma contro chi lanciava oggetti, il che ha infuriato la folla. Da notare che spesso si è dato il caso inverso – siamo abituati a osservare le tattiche più conflittuali usate per proteggere chi pratica la non-violenza (es., a Standing Rock e a Charlottesville). L’inversione di questo rapporto a Minneapolis ha garantito una maggiore autonomia a coloro che adottano tattiche di scontro.

Squadre di lancio

Le squadre di lancio hanno usato bottiglie di vetro, pietre e rare Molotov contro la polizia, e sparato fuochi d’artificio. I lanciatori non agivano sempre in gruppo, ma farlo li ha protetti dal diventare bersagli dei manifestanti non-violenti che volevano dettare le tattiche alla folla. Le squadre di lancio hanno perseguito tre scopi:

  • Hanno stornato la violenza della polizia dagli elementi pacifici della folla durante i momenti di escalation.
  • Hanno pazientemente indotto l’esaurimento delle riserve di munizioni antisommossa della polizia.
  • Hanno costituto una minaccia all’integrità fisica della polizia, rendendole più costoso avanzare.

Il primo giorno dell’insurrezione, ci sono stati attacchi su diversi SUV della polizia parcheggiati nel commissariato del Terzo Distretto. Questa attitudine si è confermata subito il Giorno 2, iniziando con il lancio di bottiglie di vetro sui poliziotti posizionati sul tetto del commissariato del Terzo Distretto e lungo l’edificio. Dopo che la polizia ha risposto con lacrimogeni e proiettili di gomma, le squadre di lancio a loro volta hanno iniziato a usare sassi. Elementi della folla hanno smantellato la piattaforma in pietra di una fermata d’autobus e l’hanno spaccata per rifornire di ulteriori proiettili. Il calar della notte ha visto l’uso di fuochi d’artificio da parte di qualcuno, che si è generalizzato nei Giorni 3 e 4. Alcuni “Boogaloo” (accelerazionisti del Secondo Emendamento) avevano a loro volta brevemente usato fuochi d’artificio il Giorno 1, ma da quanto abbiamo visto in seguito si sono per lo più ridotti a guardare seduti dai margini. Infine, va notato che la polizia di Minneapolis usava “marcatori verdi”, pallottole di gomma che esplodevano inchiostro verde per contrassegnare i violatori della legge ai fini di successivi arresti. Una volta che è diventato chiaro che il dipartimento di polizia aveva limitate capacità di fare fronte alla sua minaccia e, di più, che la folla poteva vincere, coloro che erano stati inchiostrati hanno avuto ogni incentivo a battersi come diavoli per sconfiggere la polizia.

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Puntatori laser

Nella grammatica del movimento di Hong Kong, coloro che adoperano i puntatori laser sono chiamati “maghi della luce”. Come nel caso di Hong Kong, del Cile e di altri luoghi nel 2019, alcuni sono arrivati pronti con puntatori laser per attaccare le capacità ottiche della polizia. I puntatori laser implicano uno specifico rapporto rischi/rendimenti, dal momento che è molto facile tracciare le persone che li usano, anche quando operano di notte in una folla densa e attiva. Coloro che usano i puntatori laser sono particolarmente vulnerabili se mentre operano in piccoli assembramenti cercano di colpire singoli poliziotti o (soprattutto) elicotteri della polizia: ed è lo stesso anche se l’intero quartiere sta conducendo un esproprio in massa (l’uso diurno di laser ad alta frequenza dotati di mirini resta non verificato, almeno per quanto ne sappiamo). Ma il vantaggio dei puntatori laser è immenso: essi compromettono momentaneamente la visione della polizia sul terreno e possono disabilitare i droni di sorveglianza interferendo con i loro sensori a infrarossi e con le videocamere di orientamento. In quest’ultimo caso, un drone fatto continuativamente oggetto di un puntamento laser può finire per atterrare ed essere distrutto dalla folla. Ciò è accaduto più volte nei Giorni 2 e 3. Se una folla è particolarmente densa e difficile da discernere visivamente, i laser possono essere usati per allontanare gli elicotteri della polizia. Questo è stato dimostrato con successo il Giorno 3 subito dopo l’evacuazione del Terzo Distretto da parte della polizia, come pure nel Giorno 4 nei pressi della battaglia del Quinto Distretto.

Barricatori

I barricatori hanno costruito barricate con i materiali a portata di mano, inclusa una impressionante barricata che ha bloccato la polizia sulla 26sima strada poco a nord della Lake Street. In questa occasione la barricata era stata assemblata con un treno di carrelli da supermercato e di una postazione di raccolta dei carrelli stessi da un vicino parcheggio, e con cassonetti e barriere della polizia, infine con pannelli di compensato e materiali per muratura da un cantiere edile. Al Terzo Distretto, la barricata ha fornito una utile copertura per gli attacchi con puntatori laser e i lanci di pietre, servendo anche come naturale punto di riferimento della folla per raggrupparsi. Al Quinto Distretto quando la polizia è avanzata a piedi contro la folla, decine di persone hanno riempito la strada di più barricate consecutive. Per un verso, questo ha dato il vantaggio di fermare l’ulteriore avanzata della polizia, consentendo intanto alla folla di raggrupparsi fuori dalla portata delle pallottole di gomma. Tuttavia, è diventato rapidamente chiaro che le barricate scoraggiavano la folla dal riprendersi la strada, e sono state parzialmente smantellate in modo da facilitare una seconda pressione sulle linee della polizia. Può essere difficile coordinare difesa e attacco in una sola mossa.

Sound Systems

Casse e motori delle auto hanno fornito una colonna sonora che ha vivacizzato la folla. L’inno del Giorni 2 e 3 era “Fuck The Police” di Lil’ Boosie. Ma una novità che non avevamo mai visto prima è stata quella di usare i motori per potenziare il frastuono e “svegliare” la folla. Ciò è iniziato con un pick-up con una marmitta modificata, parcheggiato dietro la folla e di coda. Quando le tensioni con la polizia sono salite ulteriormente ed è stato evidente che gli scontri stavano per ricominciare, il conducente ha spinto i giro del motore al massimo e l’ha fatto ruggire fragorosamente sulla folla. Altre auto modificate simili si sono poi aggiunte, come pure alcune moto.

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Espropriatori

Espropriare funziona in tre direzioni. Primo, libera risorse per curare e nutrire la folla. Il primo giorno, i ribelli hanno cercato di prendere il negozio di liquori proprio accanto al commissariato del Terzo Distretto. Il loro successo è stato di breve durata, gli sbirri sono riusciti a riprenderne possesso. All’inizio della fase di stallo del Giorno 2, un gruppo di persone ha dato segno della propria determinazione scalando fino al tetto l’edificio del negozio per schernire la polizia dal tetto. La folla ha salutato quest’umiliazione, che implicitamente segnava l’obiettivo per il resto della giornata: dimostrare l’impotenza della polizia, demoralizzarla, e spossarne le capacità.

Circa un’ora dopo, è iniziato l’esproprio del negozio di liquori e di un Aldi un isolato oltre. Se la maggioranza dei presenti partecipava all’esproprio, era pur chiaro che alcuni si incaricavano di renderlo strategico. Gli espropriati all’Aldi hanno recuperato un’immensa quantità di bottiglie di acqua, bevande sportive, latte, barrette proteiche e altre merende e assemblato grosse quantità di queste risorse agli incroci stradali delle vicinanze. Oltre al negozio di liquori e all’Aldi, il Terzo Distretto era vantaggiosamente vicino a un Target, un Cub Foods, un negozio di scarpe, un discount, un Autozone, un Wendy’s, e vari altri esercizi. Una volta che la pratica dell’esproprio è iniziata, tutto questo è divenuto immediatamente parte della logistica dell’assedio della folla al Distretto.

Il secondo luogo, l’esproprio ha sollevato il morale della folla creando solidarietà e gioia in un atto condiviso di trasgressione collettiva. L’atto del dono e lo spirito di generosità sono diventati accessibili a tutti, in un positivo contrappunto agli scontri corpo a corpo con la polizia.

Terzo e più importante, l’esproprio ha contribuito a mantenere ingovernabile la situazione. Nel momento in cui l’esproprio si diffondeva per tutta la città, le forze di polizia si ritrovavano sparpagliate. Il loro tentativo di mettere in sicurezza obiettivi strategici non faceva che rendere liberi gli espropriatori di dilagare in altre aree della città. Come un pugno scagliato contro l’acqua la polizia si è ritrovata frustrata da un avversario che si espandeva esponenzialmente.

Fuochi

La decisione di dare fuoco agli esercizi espropriati può essere apprezzata come tatticamente intelligente. Ha contribuito a deperire le risorse della polizia, dal momento che i vigili del fuoco forzati a estinguere continuamente incendi di strutture in tutta la città richiedevano ingenti scorte di polizia. Questo ha impattato duramente sulla loro abilità di intervenire in situazioni di esproprio
in svolgimento, rispetto alle quali nella maggioranza dei casi non sono mai intervenuti (ad eccezione dei centri commerciali e del magazzino Super Target sulla University Avenue). Ciò ha funzionato diversamente in altre città, dove la polizia ha optato per non scortare i pompieri. E forse spiega perché i manifestanti sparavano in aria davanti ai veicoli antincendio durante i riot di Watts.

Nel caso del Terzo Distretto, l’incendio di Autozone ha avuto due conseguenze immediate: prima, ha forzato la polizia a scendere in strada e stabilire un perimetro attorno all’edificio per i vigili del fuoco. Se ciò ha diminuito l’attrito sul fronte del commissariato, ha però sospinto la folla su Lake Street, inducendo subito dopo un esproprio diffuso e una moltiplicazione degli scontri in tutto il quartiere. Sospendendo la forza magnetica del commissariato, la risposta della polizia all’incendio ha indirettamente contributo a fare dilagare la rivolta nella città.

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Lo schema della battaglia e la “composizione”

Chiamiamo assedio le battaglie del secondo e del terzo giorno intorno al commissariato perché la polizia è stata battuta per logoramento. Lo schema della battaglia era considerato da una intensificazione costante puntellata di salti di qualità dovuti alla violenza della polizia e dall’espansione del conflitto nell’esproprio e negli attacchi ad edifici aziendali. La combinazione dei ruoli sopra elencati ha aiutato a creare una situazione che era ingovernabile dalla polizia, per quanto la polizia fosse tenacemente determinata a contenerla. La repressione richiesta da ogni sforzo di contenimento intensificava la rivolta e la sospingeva ulteriormente nell’area circostante. Dal Giorno 3, ogni struttura privata nel dintorni del commissariato del Terzo Distretto era stata distrutta e la polizia non aveva che un “regno di ceneri” da esibire come trofeo dei suoi sforzi. Restava solo il loro commissariato, un obiettivo solitario con risorse erose. I ribelli giunti sul posto il Giorno 3 hanno trovano un nemico ridotto allo stremo. Restava da dare solo un’ultima spinta.

Il giorno 2 dell’insurrezione era iniziato con un corteo: i manifestanti erano nelle strade, mentre la polizia si attestava in cima al suo edificio con un arsenale di armi antisommossa. Lo schema dello scontro ha iniziato a prendere forma durante il corteo, quando la folla ha tentato di scalare i muri di recinzione del Distretto per vandalizzarlo. La polizia sparava pallottole di gomma e i portavoce del corteo invitavano alla calma. Dopo un può e dopo altri discorsi, la gente ha tentato ancora. Quando la salva di pallottole di gomma è arrivata, la folla ha risposto con pietre e bottiglie. Questo ha dato il via ad una dinamica di escalation rapidamente accelerata una volta sciolto il corteo. Qualcuno faceva appello alla non-violenza e cercava di interferire con chi tirava cose, ma la maggior parte delle persone non si è nemmeno sognata di discutere. Erano per lo più ignorati o qualcuno in risposta diceva sempre la stessa cosa: “Questa storia della non-violenza non funziona!”. In effetti, nessun lato di questo dissidio aveva del tutto ragione: come il corso della battaglia ha dimostrato, entrambe le parti avevano bisogno l’una dell’altra per realizzare il fatto storico di ridurre il Terzo Distretto in cenere.

Importante qui è notare che la dinamica cui abbiamo assistito il Giorno 2 non implicava l’uso della non-violenza e dell’attesa della repressione per fare degenerare la situazione. Al contrario, un certo numero di persone si sono esposte moltissimo per sfidare la violenza della polizia e provocare l’escalation. Una volta che la folla e la polizia si erano inserite in uno schema di intensificazione del conflitto, l’obiettivo della polizia era di espandere il suo controllo territoriale a raggiera intorno al commissariato. Quando la polizia decideva di avanzare, iniziava con il lancio di granate assordanti sulla folla e sparando pallottole di gomma contro chi tirava oggetti, innalzando barriere, e lanciando gas lacrimogeno.

L’intelligenza della folla si è mostrata quando i partecipanti hanno velocemente appreso cinque lezioni nel corso della lotta.

Primo, è importante restare calmi davanti alle granate stordenti, visto che non provocano danni fisici se si è ad una distanza di più di cinque piedi. Questa lezione si estende ad un principio più generale rispetto alla crisi governamentale: non entrare in panico, perché la polizia userà sempre il panico contro di te. Si può reagire rapidamente restando più calmi possibile.

Secondo, la pratica di sciacquare gli occhi infiammati dal gas lacrimogeno si è diffusa rapidamente dagli street medics al resto della folla. Usando bottiglie d’acqua prese dai negozi espropriati, molte persone nella folla erano in grado di imparare e rapidamente eseguire il lavaggio degli occhi. Persone che lanciavano pietre un minuto dopo potevano essere osservate mettersi a curare gli occhi di altre nelle vicinanze. La conoscenza medica di base ha aiutato a costruire la fiducia della folla, portandola a resistere alla tentazione del panico e della calca, e così poter tornare sul campo di battaglia.

Terzo, forse la più importante scoperta tattica della folla è stata che quando si è forzati dal gas lacrimogeno a ritirarsi, si deve riempire il prima possibile lo spazio abbandonato. Ogni volta che la folla ritornava al Terzo Distretto, tornava più arrabbiata e più determinata a fermare la polizia o a farle pagare il maggior prezzo possibile per ogni passo che facesse.

Quarto, per usare il linguaggio di Hong Kong, abbiamo visto la folla praticare la massima “Sii acqua”. Non solo la folla era in grado di tornare rapidamente a riempire spazi dai quali era stata costretta a ritirarsi, ma quando era forzata ad allontanarsi, a differenza della polizia non cercava di fissare un controllo territoriale. Quando poteva, la folla tornava negli spazi dai quali era stata forzata a ritirarsi dal gas lacrimogeno, ma quando necessario, scorreva lontano dall’avanzata della polizia come una forza distruttiva torrenziale. Ogni avanzata della polizia sfociava nel risultato di un maggior numero di negozi sfasciati, saccheggiati e dati alle fiamme. Questo ha significato che la polizia era perdente sia che scegliesse di restare assediata sia che respingesse la folla.

Infine, la caduta del Terzo Distretto ha mostrato tanto il potere dell’ingovernabilità come obiettivo strategico quanto gli strumenti di azione della folla. Le squadre di lancio possono distrarre il fuoco della polizia da coloro che praticano non-violenza. Gli espropriatori possono aiutare e sostenere la folla e insieme disorientare la polizia. Di converso, coloro che combattono corpo a corpo con la polizia possono generare opportunità per gli espropri. I maghi della luce possono fornire alle squadre di lancio una temporanea opacità accecando la polizia e disabilitando droni e videocamere di sorveglianza. Chi pratica non-violenza prende tempo per chi barrica, il cui lavoro allevia poi il bisogno di non-violenza per assicurare la linea del fronte.

Vediamo qui che un folla internamente diversa e complessa è più potente di una folla omogenea. Usiamo il termine composizione per nominare questo fenomeno di massimizzazione della diversità di pratiche complementari. Essa è distinta dall’organizzazione perché i ruoli sono volontari, gli individui possono passare dall’uno all’altro di essi, e non vi sono leader ad assegnarli o coordinarli. Le folle che si formano e combattono attraverso la composizione sono più efficaci contro la polizia non solo perché tendono ad essere più difficili da controllare, ma anche perché l’intelligenza che le anima risponde e si adegua alla situazione reale sul campo, anziché in accordo a concezioni precostituite di ciò cui una battaglia “dovrebbe” assomigliare. Non sono le folle “composizionali” sono maggiormente in grado di affrontare la polizia in battaglie di logoramento, ma sono maggiormente in grado di avere la fluidità necessaria a vincere.

Come osservazione conclusiva su questo, possiamo contrapporre la composizione all’idea di “diversità di tattiche” usata dal movimento alter-globalista. “Diversità di tattiche” era l’idea che gruppi differenti, nel corso di un’azione, dovessero usare mezzi differenti in tempi o spazi differenti con un obiettivo condiviso. In altre parole “tu fai te e io faccio me”, ma senza alcuna attenzione a come io possa agire in maniera complementare alla tua e viceversa. Diversità di tattiche è il nome in codice attivistico di “tolleranza”. La folla che si è formata il 27 maggio davanti al Terzo Distretto non ha “praticato la diversità di tattiche”, ma si è messa insieme connettendo tra loro differenti tattiche e ruoli in uno spazio-tempo condiviso che ha messo ogni partecipante in grado di dispiegare ciascuna tattica richiesta dalla situazione.

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L’ambiguità di violenza e non-violenza nelle prime linee

Siamo stati abituati a vedere le tattiche più conflittuali usate come
scudo a coloro che praticavano non-violenza, come a Standing Rock e a
Charlottesville o nella figura del front-liner ad Hong Kong. Tuttavia, il rovesciamento di questa relazione divide le funzioni del “front-liner militante” (à la Hong Kong) in due ruoli separati: fare scudo alla folla e agire controffensiva. Ciò non è mai giunto al livello di una strategia
esplicita nelle strade; non c’erano appelli a “proteggere i lanciatori”. Nel contesto USA, dove la non-violenza e le collegate narrative sull’innocenza sono profondamente radicate nelle lotte contro il razzismo di stato, non è chiaro se tale strategia potrebbe funzionare esplicitamente senza squadre di lancio che prendano sulla propria testa per prima il rischio materiale. In altre parole, sembra quasi che unire tattiche balistiche e non-violenza a Minneapolis sia stato reso possibile da una percezione tacitamente condivisa dell’importanza del sacrificio nello scontro con lo stato, che ha forzato entrambe le posizioni a spingersi oltre le proprie paure.

Ma questo percezione condivisa del rischio non va così lontano. Mentre
i manifestanti pacifici probabilmente hanno guardato ai loro gesti come simboli morali contro la violenza della polizia, le squadre di lancio hanno visto questi stessi gesti in modo indubbiamente differente, anzitutto come protezioni, o come opportunità materiali strategiche. Qui di nuovo, possiamo vedere la forza che la strada della composizione gioca nelle situazioni reali, facendo rilevare come renda possibile che comprensioni completamente differenti della stessa tattica possono coesistere l’una accanto all’altra. Ci combiniamo senza diventare la stessa cosa, ci muoviamo insieme senza comprenderci l’un l’altro, e tuttavia questo funziona.

Vi sono limiti potenziali nel dividere le funzioni di prima linea in
questi ruoli. Anzitutto, non si mette in discussione la valorizzazione del sacrificio nelle politiche della non-violenza. In secondo luogo, si lascia nell’ambiguità il valore dello scontro a distanza prevenendo la sua condensazione in un ruolo stabile davanti alla folla. Resta indubbio che il Terzo Distretto non sarebbe caduto senza tattiche balistiche. Tuttavia, siccome la prima linea era identificata con la non-violenza, l’importanza spaziale e simbolica dei lanci era implicitamente secondaria. Questo ci porta a chiederci se non sia sia reso più facile alla contro-insurrezione di farsi strada nel movimento attraverso la “polizia comunitaria” e i suoi
corollari: l’auto-sorveglianza delle manifestazioni e dei movimenti
affinché si mantengano nei limiti della non-violenza.

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Verifica dei fatti: una necessità cruciale per il movimento

Noi crediamo che il maggiore pericolo posto davanti al movimento attuale fosse già presente alla Battaglia del Terzo Distretto – nello
specifico, il pericolo delle voci incontrollate e della paranoia. Riteniamo che la pratica del “fact checking” sia cruciale per il movimento attuale al fine di ridurre al minimo la confusione sul campo e la sfiducia interna sulla sua stessa composizione.

Abbiamo ascoltato una litania di voci impazzite durante il Giorno 2. Ci
veniva detto ripetutamente che rinforzi di polizia erano sulla via di chiuderci in trappola. Venivamo avvertiti da fuggitivi della folla
che unità della Guardia Nazionale erano “a venti minuti di marcia”. Una donna bianca accostava con la sua auto vicino a noi e gridava “LE CONDUTTURE DEL GAS NELL’AUTOZONE INCENDIATO STANNO PER ESPLODEREEE!!!”. Tutte queste voci si sono rivelate false. In quanto espressioni di un’ansia allo stadio del panico, esse hanno sempre prodotto lo stesso effetto: spingere la folla a dubitare della sua forza. Era come se alcuni componenti della folla stessero facendo esperienza di una forma di vertigine al cospetto della forza che stavano comunque contribuendo a forgiare.

È necessario interrompere le voci ponendo domande a chi le ripete. Vi
sono domande semplici che possiamo porre per fermare l’espandersi
della paura e delle voci che hanno l’effetto di indebolire la folla. “Come lo sai?”, “Chi te lo ha detto?”, “Qual è la tua fonte d’informazione?”, “Si tratta di un fatto verificato?”. “Questa conclusione sembra infondata; quali elementi hai per formulare un giudizio?”.

Accanto alle voci, vi è anche il problema di attribuire un’importanza sproporzionata a certe forme del conflitto. Giunti al Giorno 2, una delle storie dominanti era la minaccia dei “Boogaloo boys” che erano apparsi nella giornata precedente. Ciò ci aveva sorpreso poiché non li avevamo incontrati il Giorno 1. Ne abbiamo visti una mezza dozzina il Giorno 2, ma si erano relegati ai bordi di un evento che li sormontava. A dispetto della loro proclamata simpatia per George Floyd, una coppia di loro più tardi è rimasta a guardia di un esercizio per difenderlo dagli espropri. Ciò ha mostrato i limiti non solo della loro asserita solidarietà, ma anche del loro intuito strategico.

Infine, ci siamo svegliati il Giorno 3 con cosiddetti report sul fatto che
provocatori della polizia o agitatori esterni si fossero resi responsabili della distruzione del giorno prima. Target, Cub Foods, Autozone, Wendy’s, e un condominio costruito già per metà erano andati tutti in fiamme entro il termine della notte. Non possiamo escludere la possibilità che un certo numero di forze ostili abbiano cercato di screditare la folla accrescendo la distruzione di proprietà. Se fosse vero, tuttavia, sarebbe innegabile che il loro piano ha fallito spettacolarmente.

In generale, la folla guardava a questi fuochi supremi con ammirazione e consenso. Anche la seconda notte, quando il condominio in costruzione era completamente collassato, la folla si era seduta davanti ad esso sulla 26esima e vi era rimasta come se fosse riunita intorno a un
falò. Ogni incendio di edificio contribuiva all’abolizione materiale dello stato presente delle cose e la riduzione in cenere era diventata il suggello della vittoria della folla. Anziché prestare ascolto alle voci su provocatori e agitatori, troviamo plausibile che gente oppressa per secoli, che è povera, e che raschia il fondo di una Seconda Grande Depressione, preferirebbe dare fuoco al mondo piuttosto che sopportare la vista del suo ordine. Noi interpretiamo gli incendi degli edifici come significanti il fatto che la folla sa che le strutture della polizia, della supremazia bianca, e di classe, si basano su forze ed edifici materiali.

Per tale ragione, riteniamo che dovremmo valutare la minaccia posta da
possibili provocatori, infiltrati e agitatori sulla base di come le loro azioni aumentino o sminuiscano la forza della folla. Abbiamo imparato che dozzine di edifici in fiamme non sono abbastanza per sminuire il “sostegno pubblico” al movimento – pur se prima nessuno lo avrebbe immaginato. Tuttavia, coloro che filmano componenti di una folla attaccare proprietà o infrangere la legge -non importa se volendo intenzionalmente informare le autorità giudiziarie- costituiscono una minaccia materiale alla folla, dal momento che oltre a diffondere confusione e paura, rafforzano lo stato mettendogli a disposizione informazioni.

https://www.youtube.com/watch?v=v7ov2MLkbl0

Post Scriptum: visioni del(la) Comune

Sin dal testo di Guy Debord del 1965, “Il declino e la caduta dell’economia spettacolare-mercantile”, vi è stata una ricca tradizione memorialista dell’emergenza di vita sociale comunalista durante i riot. I riot aboliscono i rapporti sociali capitalisti, rendendo possibili nuove relazioni tra le persone e le cose che danno forma al loro mondo. Qui le nostre prove.

Quando il negozio di liquori è stato aperto, a dozzine ne sono usciti con
casse di birra, che swaggando hanno messo in terra per chiunque ne volesse. La birra prescelta dalla folla è stata la Corona.

Abbiamo visto un uomo venire con calma fuori dal negozio con le braccia cariche di bottiglie di whiskey. Ne dava una a ciascuna persona che incrociava sul cammino per raggiungere gli scontri. Alcune bottiglie
lasciate vuote sulla strada sono state in seguito lanciate contro la polizia.

Mentre edifici andavano in fiamme tutt’intorno a noi, un uomo camminava e diceva, senza rivolgersi a nessuno in particolare, “Quel tabacchi aveva un botto di sigarette sfuse… vabbè. Fanculo.”

Abbiamo visto una donna spingere un carrello carico di Pampers e di bistecche verso casa. Un gruppo in pausa a fare merenda e bere acqua
all’incrocio è scoppiato in applauso quando è passata lei.

Dopo che un gruppo aveva aperto l’Autozone, la gente si è accomodata
dentro fumando una sigaretta mentre osservava dalla finestra sulla
strada la battaglia tra la polizia e i ribelli. La si poteva osservare indicare a dito qualcuno di volta in volta tra le polizia e nella folla, parlando e gesticolando col capo. Vedevano le stesse cose che vedevamo noi?

Abbiamo fatto shopping di scarpe nel magazzino di un Foot Locker espropriato. Il pavimento era coperto da muro a muro di scatole di scarpe distrutte, fodere e calzature. La gente gridava il numero di piede di ogni paio di scarpe che trovava. Ci abbiamo messo un quarto d’ora
per trovarne giusto uno adatto, poi ci ha raggiunto il rumore della
battaglia e siamo filati.

Il
Giorno 3, i pavimenti di un supermercato parzialmente incendiato
erano coperti da dita di acqua e un nauseabondo miscuglio di cibi
tirati via dagli scaffali. Nondimeno, si poteva vedere gente in
calosce rimestare tra i rimasugli come se stessero scegliendo tra le
offerte. I raccoglitori si aiutavano l’un l’altro a scavalcare
gli ostacoli pericolosi e dividevano i loro bottini una volta fuori.

Quando la polizia si è ritirata, una giovane donna somala vestita in abiti
tradizionali ha festeggiato svellendo un mattone dal giardino e tirandolo senza cerimonie nel vetro di una fermata del bus. I suoi amici – anche loro vestiti tradizionalmente – hanno levato i pugni e danzato.

Un uomo incappucciato a torso nudo correva accanto al commissariato in fiamme e agitava i pugni, gridando “COVID IS OVER!” mentre a
venti piedi di distanza alcune ragazze si facevano un selfie insieme.
Invece di dire “Cheese!” Dicevano “Death to the pigs!”. I laser fendevano il cielo oscurato dal fumo puntando un elicottero della polizia sopra di noi.

Stavamo passando davanti a un negozio di liquori in corso di esproprio,
allontanandoci dalla migliore festa del pianeta. Una madre e due adolescenti sono scesi dall’auto chiedendo se fosse rimasto qualche
buon cicchetto. “Hai voglia! Vieni a prenderne un po’!”. La figlia ha sorriso a trentadue denti e ha detto “Si va! Ti aiuto io mamma!”.
Si sono infilate le mascherine da COVID e sono entrate.

Un giorno più tardi, prima dell’assalto al Quinto Distretto, c’è stato un saccheggio di massa nel quartiere di Midtown. Ci è venuto incontro un ragazzino di non più di sette od otto anni incontro con in mano una bottiglia di whisky dalla cui collo usciva uno straccio: “Avete da accendere?”. Abbiamo riso e risposto, “A cosa vuoi dare fuoco?”. Ha indicato una pizzicheria amica e gli abbiamo chiesto se non potesse trovare “un obiettivo nemico”. Si è voltato immediatamente verso la US Bank dall’altra parte della strada.

 

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