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TUTTO È VERO, NIENTE È PERMESSO

Icarus

“Hanno già distrutto ogni cosa, tutte le strutture in cui abbiamo creduto, su cui abbiamo fatto affidamento. Sai, forse siamo in una fase transitoria…C’è una sorta di sostituzione in atto. Nel frattempo navighiamo in un vuoto tremendo, ci orientiamo vagamente con le
stelle ma senza un vero punto di riferimento. Le nostre bussole sono
andate, girano su impazzite, attratte da migliaia di poli magnetici.
Potremmo anche gettarli dalla finestra, sono obsoleti. Siamo solo noi
e il cielo notturno, come i primi esploratori, mentre aspettiamo chi
siano inventati sistemi di navigazione nuovi e più avanzati. La mia
unica paura è che le stelle siano andate, in qualche modo, fuori
asse e non siano di aiuto neanche come punto di riferimento.”

Ignacio de Loyola Brandão, “Non vedrai paese alcuno”

Quarta lettera dalla quarantena.

Cari amici,

Può sembrare strano intervenire nel dibattito di qualcun altro, ma non credo me ne vogliate se lo faccio.
Nelle scorse settimane, ho apprezzato le osservazioni e lo scambio di
lettere tra i miei amici August, Kora e Orion. A mio avviso manca ancora qualcosa alle riflessioni dei miei amici, quindi interverrò
senza sprecare troppo tempo, spero.

QUARANTENA: INCOMPLETA—CIÒ CHE CREDIAMO STIA ACCADENDO È SOLO RELATIVAMENTE CORRISPONDENTE AI FATTI

Oggi milioni di persone stanno lavorando. Nei magazzini, negli uffici, nei campi, nelle cucine e nelle dispense; da computer, dai reparti di smistamento ai cantieri, milioni di americani stanno condividendo il coronavirus tra loro e con i vicini. Molti di loro sono asintomatici, una parte non è ancora malata, e c’è sicuramente chi tra di loro sta ancora nascondendo i sintomi ai  propri familiari, impiegati, colleghi. Non c’è
apocalisse zombie che si rispetti senza la testa calda sconsiderata
che insiste, fallacemente, riguardo la sua ferita: “non è niente,
sto bene, andiamo avanti”. Orion ha scritto che il virus impone “la
sua temporalità, che immobilizza tutto”. Magari.

La logistica, le spedizioni, i cargo,
lo stoccaggio: sono alcuni dei più grandi settori della forza lavoro
nel 21esimo secolo e sono tutti in straordinario. Da Whole Food
a Old Dominion, questi
lavoratori sacrificabili sono allo stesso tempo mortali – in quanto
il mercato facilita la loro messa in pericolo per via del contatto
assicurato col virus – e indispensabili, in quanto non gli deve
essere permesso lo sciopero, l’organizzazione sindacale o il fatto di
smettere di lavorare se questa società vuole un minimo funzionare.
In questi settori, nella maggior parte dei casi neri ed immigrati
sono accalcati nei posti di lavoro senza alcun equipaggiamento di
protezione. In altre parole sono proletari nel senso classico e sono
ancora a lavoro. Una vera quarantena, un degno esodo dalla società
della merce e dal suo ampio apparato produttivo, bloccherebbe tutte
le forme di lavoro e fatica, una circostanza finora non realizzata.
Se si può dire che viviamo in quarantena, dobbiamo dire che è
ancora incompleta.

AUTONOMIA O AUTOMATA? —LA PANDEMIA RIGUARDA TUTTA L’UMANITÀ— CHE NON ESISTE PIÙ IN SÉ

Ciò che chiamavamo “società” (un’entità che ora insiste di poter
sopravvivere simultaneamente all’unità e alla distanza, anche alla
distanza in nome dell’unità), è stata rimpiazzata da miliardi di
dispositivi. Essi costituiscono un enorme ACEFALOGRAMMA – un
sistema di macchine progettate per tracciare e rintracciare la coscienza di un mondo che ha definitivamente perso la testa.

La fase di dominio reale aperto dall’aggressiva ristrutturazione economica e politica negli anni 70, 80 e 90 – “globalizzazione” – ha spinto un’enorme quantità di lavoratori dal settore manifatturiero a quello dei servizi. Dato che nel complesso i servizi sono meno fonte di profitto rispetto al mercato manifatturiero e all’industria pesante, altri strumenti tecnologici, come quelli che emergono dalla Silicon Valley, hanno colmato il divario, per così dire, di perdite di profitto per
l’economia, consentendo alle grandi agenzie pubblicitarie e di
analisi di estrarre direttamente le ambizioni umane collettive
nell’arte, nel sesso, nella politica, nella cultura e nella società.

Per aprire questa miniera, che ha prodotto una rovina esistenziale comparabile a quella ambientale associata all’estrazione mineraria, internet si è sviluppato come un network globale di un sistema di informazione pseudo-partecipativo.
La sete di dati di queste aziende non può essere placata dalla
gestione dei fatti da un centro o dall’alto, devono essere prodotti
direttamente dalle masse.

Ma la tecnologia non cattura semplicemente i dati che cadono naturalmente dal cielo o sfuggono dai rigagnoli della coscienza. Produce dati arrangiando relazioni in modo che possano creare contenuti da comprare e vendere. In queste condizioni la crisi medica, politica, tecnologica ed ontologica della pandemia non può aiutare senza essere sperimentata in video, raccolte di tweet, grafici, meme, in rumore di fondo e teorie del complotto, come genere letterario nel rilancio infinito di notifiche.

LA METÀ DELL’INZIO DELLA FINE — CIÒ CHE RENDE POSSIBILE L’INTERPRETAZIONE INDIVIDUALE, RENDE
L’IMPOSSIBILE SENSO COMUNE

La verità è che i social network hanno permesso a miliardi di persone di coordinarsi in contenitori di significato e di energia virtuale grandi o piccoli. Questi contenitori, ecosistemi di segni e significanti, a furia delle loro disposizioni poli-centralizzate, fungono da sovversione
epistemologica delle infrastrutture costituite della creazione di
verità, che richiedono una certa dose di egemonia o approvvigionamento globale: il metodo scientifico, il fact-checking e
il dibattito. A volte il senso prodotto in questi contenitori, le theory fiction1 su tutto, si conforma per caso ad una intensità fisica correlata capace di sovraccaricare le infrastrutture poliziesche e prendere possesso dello spazio pubblico, come abbiamo visto in tutto il mondo nel 2019. Più spesso le casse di risonanza, come sono spesso chiamate, limitano la sensibilità del dialogo comune e la percezione di un futuro condiviso che sarebbe in apparenza incorporato in uno scambio di informazioni così “globale”. Questa limitazione consente alla gente di tutti i “tipi” di essere impacchettata insieme come set di dati, coibentata
dall’esperienza di una vera diversità di pensiero, dell’esperienza
dell’analisi. Le disposizioni poli-centralizzate di internet oggi
possono essere meno partecipative delle precedenti epoche di scambio
di informazioni, anche se non sembra.

Opinionisti e critici hanno usato la crisi attuale per ritardare il momento della nostra educazione collettiva con un trinceramento ideologico incrollabile. Al lavoro mi capita spesso di sentire proprietari di piccole attività e day trader parlare del fallimento della sanità pubblica in Italia, implicitamente avallando una più ampia privatizzazione negli Stati Uniti. Tra gli attivisti, i liberali, la sinistra, non è possibile una denuncia maggiore del sistema sanitario privato e decentrato di quella in corso. Le sette cristiane apocalittiche credono che il governo non permetterà alle chiese di formare assembramenti, e gli attivisti social justice2
credono che la crisi del coronavirus sarà “lo stesso ma peggio” su ogni asse dell’oppressione. Difficile immaginare una diversa reazione.

Mentre riconoscono che internet ha gettato miliardi di persone in un simulacro polverizzato, alcuni dei miei compagni ci vorrebbero devoti alla divulgazione di notizie vere, di analisi sobrie e verificate, di rigore scientifico, per combattere lo scompiglio imperante. Mi scalda il cuore ma mi intristisce l’intelletto. Siamo sempre stati i distruttori di
macchine, in un certo modo, in rivolta contro il progresso e il
movimento verso la rovina dell’industria per preservare un’esperienza meno alienata della realtà, del lavoro, della comunità. Non ci sbagliavamo. Dovremmo essere fonti di informazione attendibili, ma non perché convinceremo la gente con i nostri resoconti —potrebbe non essere più possibile online— bensì perché crediamo che sia la cosa giusta da fare, e perché potremmo almeno procedere su una base chiara e condivisa con gli altri. Ma quali altre strategie potremmo utilizzare per analizzare il mondo, che ci permettano di agire nella vertigine prolungata, senza intrappolare noi stessi e gli altri in campi ideologici, e senza perdere le aspirazioni rivoluzionarie, in un mondo dove la verifica
globale dei fatti sembra impossibile, ma dove la necessità universale di trasformazione, fascista o rivoluzionaria, sembra senso comune?

TUTTO È VERO, NIENTE È PERMESSO —
IL SISTEMA SI RIDUCE A PURO FLUSSO DI DINAMICHE

Abbiamo sognato l’utopia e ci siamo svegliati urlando.
Un povero cowboy solitario che torna a casa, che meraviglia.”

Roberto Bolaño, “Mollate tutto, di nuovo”

Per millenni la gestione pubblica del fatto è stata la pietra miliare del potere politico e lo sradicamento delle letture alternative l’obiettivo principale degli ingranaggi repressivi. La burocrazia regnante si è organizzata per prevenire qualsiasi perdita di controllo globale. Lo hanno sempre fatto. Ciò che sorprende è con quanta prontezza, almeno dall’11 settembre, forse da molto prima, abbiano abbandonato vari metodi importanti per farlo. La possibilità di immaginare il proprio futuro è stata progressivamente eradicata e l’ordine regnante ha abbandonato ogni pretesa di perseguimento degli ideali su cui si era puntellato, la sua mera promessa lo scongiuro di perdite collaterali. Piuttosto che mettermi in imbarazzo con argomentazioni prolisse rispetto a cose su cui ho pochi strumenti per discutere – di sicuro meno intellegibili di quelli dei miei cari amici su tali questioni, come la filosofia o la critica – preferirei riferirmi ad un argomento avanzato da Biran Massumi nel suo saggio “National Emergency Enterprise”. In questo articolo sostiene che la strategia primaria di governance consiste
nell’identificare tutte le possibili cause di uno scenario. Il mercato ridefinisce ambienti che inviano il tessuto vivo delle relazioni tutte alla “dataveglianza” tecnologica, informazione che, in linea di massima, consente agli amministratori di un tale sistema di plasmarne ogni possibile esito, trasponendo ogni azione in trans-azione, mentre si assicura che ogni aberrazione incontri una forma di controllo. Riporta come esempio una foresta in fiamme, ma possiamo tranquillamente guardare alla pandemia e alle sue conseguenze.

La classe dominante, ovunque, ha dibattuto e governato come se il
coronavirus fosse “solamente un’influenza”, giustificando
risposte tardive e sanità insufficiente, mentre ha anche chiuso le
frontiere e e preso misure di emergenza come se vivessimo una vera e
propria peste. Ci sono strategie dietro ogni discorso, interessi
portati avanti in silenzio con ogni interpretazione e poteri prodotti
e mobilitati da ogni tipo di teoria ed operazione. In ogni caso
abbiamo vissuto nel tramonto delle strategie multiple e convergenti
per controllare e rispondere alla situazione. I governanti del mondo,
per lo meno quelli dei paesi democratici, stanno praticamente
lanciando cose sul muro e capendo cosa si attacca3.
Possiamo immaginare che il modellamento e la predizione sono condotte senza sosta in base alle statistiche prodotte attraverso l’estrazione di dati e l’analisi provvista da Google, Facebook, Twitter ed
altri. Se i governi tecnocratici subordinano il welfare alla “scienza” del neoliberismo, il nichilismo del potente oggi subordina tutto alla “scienza” del controllo.

In ogni caso chi organizza l’oblio oggi agisce senza principio e
può solo dire menzogne. Che significa questo per il resto di noi?

NIENTE È TUTTO, LA VERITÀ È PERMESSA—LA VERITÀ  NON RICHIEDE UN SOGGETTO, SOLO LE BUGIE LO FANNO. KEEP IT REAL, QUALSIASI COSA SIA.

Possiamo rispondere a questa situazione e lo stiamo facendo. La cosa più importante, dalla mia prospettiva, è di sviluppare un ecosistema di strategie così dinamico da corrispondere alla più ampia interpretazione dei fatti senza dividere le nostre simpatie e le preoccupazioni in rivalità
feudali ed ideologie settarie. Non ci sono vantaggi nel sostenere che
niente di questa situazione è unico, che infatti le peggiori condizioni di prima sono le peggiori condizioni attuali, che il presente è un’opportunità per noi, ecc. Non sono tra i compagni che avanzano quest’ipotesi, ma vorrei vedere i risultati di questo quadro il prima possibile, se poi non alza la soglia degli interventi significativi. Ci sono dei vantaggi nel sostenere che la quarantena non è abbastanza profonda, che le politiche della mobilitazione hanno decisamente fallito nel devastare l’economia, ma che un vero lockdown del mondo potrebbe somigliare al primo sciopero generale internazionale, a gatto selvaggio, del mondo. Vorrei sentire i sostenitori di questa posizione misurarsi con la possibilità di interpretazione carceraria di quest’argomento. Per chi pianta orti di sopravvivenza, per chi gestisce i numeri di assistenza per lo sciopero dell’affitto, per chi si allena con le armi, vorrei che
sviluppassimo una prospettiva abbastanza condivisa da riconoscere che
c’è un’unione semplice nelle nostre strategie, che è ciò che è
stato attaccato – con precisione ma incorrettamente- nell’ultima
lettera di Kora ad Orion: la nostra autonomia. Al di là di qualsivoglia fraintendimento individualista credo che la capacità degli esseri umani di auto-autorizzarsi la propria attività, di determinare i nostri destini condivisi, di controllare gli approvvigionamenti, le infrastrutture vitali e i mezzi di sussistenza senza la mediazione dei mercati, siano prerequisiti necessari per una vita degna sulla Terra. Questo non per dire, come Kora ha intelligentemente sostenuto, che ognuno possa prendere il controllo
del corso della storia che va dispiegandosi – una delusione che hanno condiviso preppers, governanti e rivoluzionari – ma precisamente che le strutture autonome ed autorganizzate sono le uniche in grado di rispondere nell’immediato, abbastanza da destabilizzare ed impaurire; e che un futuro incerto ci attende, a prescindere da cosa facciamo noi o chiunque altro. Dobbiamo utilizzare la situazione attuale per ri- polarizzare le circostanze al meglio delle nostre abilità intorno ai timori fondanti del potere: da una parte c’è tutta la gente del mondo, alcuni bastardi con cui non vorremmo vivere, e il nostro bisogno condiviso di una degna sanità, un degno abitare, sostentamento e sussistenza; dall’altra ci sono tutti quei bastardi che aspettano che finisca tutto sui loro yacht, che manipolano i dati della gente in nome della battaglia di relazioni geopolitiche, usando la pandemia per perseguire fantasie di potere totalitarie e giri di vite repressivi. Non dobbiamo pilotare la nave
in avanti, dobbiamo essere capaci di nuotare nel naufragio.

Mi dispiace aver scritto troppo. Grazie di aver letto e non vedo l’ora di leggere cosa gli altri ne pensino al più presto.

– Icarus

11.04.2020

STATO D’EMERGENZA, GIORNO 40

STATI UNITI D’AMERICA

Note

[1]
Concetto creato dal cripto-fascista, “deleuziano di destra”, Nick
Land. Nell’era della post-realtà se si può raccontare una storia,
che si presenta come vera, non importa che lo sia finché risuona con
ciò che la gente sa essere vero o vuole crederlo. Si tratta del
metodo con cui vengono diffuse le teorie del complotto, specialmente
dai boomer.

[2]
Espressione idiomatica per descrivere un metodo ad hoc che consiste
nel fare tentativi casuali fino a che uno di essi funzioni. Essa
deriva dal bizzarro uso di lanciare spaghetti o altri formati di
pasta sulla parete e vedere appunto se si attacchino e dedurne così
l’esatto (sic!) tempo di cottura.

[3]
In Germania e negli Stati Uniti, l’ideologia neoliberale usa a volte
gli slogan antirazzisti, antisessisti, antiomofobifici ecc. per
ostacolare con insidia il potenziale rivoluzionario dei movimenti.
Negli ultimi 20 anni queste idee e slogan, usate tipicamente
dall’intellighenzia urbana, sono state più efficaci della
repressione poliziesca nel confondere e poi mettere a tacere ogni
ciclo di ribellione significativo.

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